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Sette segrete, il mondo torbido che la legge non riesce a perseguire

Abusi sessuali, plagi, manipolazioni, indimidazioni. Dal caso Arkeon in poi quello delle sette segrete è un mondo sommerso da cui gli adepti scappano con difficoltà. E che la legge può sanzionare solo in parte

«Il maestro ordinò un lavoro di gruppo a sfondo sessuale. Eravamo bendati mentre i maestri ci mettevano di fronte un uomo o una donna che dovevamo toccare e da cui farci toccare anche nelle parti intime. Impossibile scappare, perché ci tenevano fermi». È soltanto una delle testimonianze dei tanti fuoriusciti da Arkeon, un gruppo controverso operante dapprima a Bari e provincia e poi in tutta Italia. Tutti vogliono l’anonimato perché, nonostante l’organizzazione non sia più operante dal 2008 (o perlomeno non col nome Arkeon), le minacce e le intimidazioni sono continuate nel corso degli anni. E forse è anche per questo che la sentenza della Corte di Cassazione arrivata in questi giorni, pur avendo chiuso un processo durato oltre cinque anni, lascia l’amaro in bocca: già, perché al termine della trafila giudiziaria si conta solo un condannato, il guru Vito Carlo Moccia: 2 anni e 5 mesi per associazione a delinquere. Tutti gli altri sei imputati, ritenuti «maestri», si sono salvati perché intanto il reato è caduto in prescrizione.

ABUSI ALL’INTERNO DELL’ORGANIZZAZIONE

Fa niente per i disagi e le sofferenze che tanti hanno dovuto subire e raccontate nel corso del processo stesso. Il gruppo, nato formalmente nel 1999 sotto la guida di Moccia, teneva seminari (che potevano arrivare a costare anche oltre 10mila euro) nel corso dei quali si cercava di attuare una rivalutazione e reinterpretazione delle vite di persone: «Quando sei dentro – ci spiega una fuoriuscita – credi a tutto, è un vero e proprio delirio di onnipotenza: diventi immune da tutto ciò che di negativo può capitare, non ti ammali o guarisci anche da malattie gravi. Puoi fare il trattamento con le mani al cibo per purificarlo o all’antibiotico per evitare che ti faccia male allo stomaco. Tramite alcune pratiche con la mente, credi di poter trovare parcheggio o di riuscire a ricaricare il telefonino».

si organizzavano seminari di ogni tipo: sul denaro durante il quale si arrivava ad andare anche a chiedere l’elemosina vestiti da barbone, o sulla morte, durante il quale si costruiva la propria tomba e alcuni ci dormivano dentro

Ma il «delirio» aveva un fine molto preciso: gran parte delle insoddisfazioni o dei malesseri sarebbero da imputare a violenze sessuali subite da piccoli ma rimosse. «Ritenevano – racconta ancora Angela (nome di fantasia) – che gli abusi fossero stati commessi da un membro della famiglia della madre, perché i maestri pensavano che da lì provenissero le perversioni». A raccontare cosa accadeva è stato Carlo Fornesi, ex adepto morto suicida dopo che si era convinto di una sua presunta omosessualità, nonostante avesse moglie e figli: negli incontri «l’emissione di saliva e muco viene incoraggiata e descritta come “vomitare lo sperma dell’abuso”. Ho conosciuto persone che hanno creduto realmente si trattasse di sperma, e lo sostenevano vigorosamente contro ogni evidenza e razionalità».

Né, stando al racconto dei fuoriusciti, si avevano atteggiamenti diversi in presenza di bambini: «Un giorno c’era una mamma con una bambina – racconta ancora Angela – e si diceva che la mamma era stata abusata dal nonno; il maestro dichiarò che solo se la mamma si fosse impegnata a fare il lavoro (frequentare il gruppo, ndr), la piccola non sarebbe stata abusata». Situazioni borderline, insomma, che spesso cadevano in vere e proprie violenze: un altro dei maestri, operante questi a Milano, in un altro processo è stato condannato in via definitiva per abusi sessuali.

MINACCE CONTINUE

Ma non c’erano solo violenze: «si organizzavano seminari di ogni tipo: sul denaro durante il quale si arrivava ad andare anche a chiedere l’elemosina vestiti da barbone, o sulla morte, durante il quale si costruiva la propria tomba e alcuni ci dormivano dentro». Insomma, una vera e propria «manipolazione mentale che annulla l’adepto allontanandolo da genitori, figli, parenti, compagni e amici», ci dice la dottoressa Lorita Tinelli, che per aver denunciato tra i primi quanto accadeva in Arkeon ancora deve far fronte a minacce e intimidazioni. Anche la sua vicenda ha dell’incredibile: dopo un’intervista rilasciata nel 2006 a a Maurizio Costanzo, la psicologa colleziona qualcosa come 180 denunce da parte di adepti di Arkeon, tutte archiviate, ed un atto di citazione in sede civile con richiesta di risarcimento di 4 milioni di euro e richiesta di chiusura del sito internet del Cesap (Centro Studi Abusi Psicologici, da lei fondato) da lei gestito, negata dal magistrato con dichiarazione di merito. «Contro di me – racconta ancora a Linkiesta – hanno creato blog a nome di membri di Arkeon con l’obiettivo di denigrare la mia attività, sostenendo che mi fossi inventata tutto e che avessi manipolato sia la stampa che i magistrati. Ho ricevuto anche minacce di morte con lettere in cui qualcuno si diceva pronto a difendere il Maestro, impugnando la katana, una spada».
E poi uno degli elementi più inquietanti: un libro, rintracciabile su Amazon, dal titolo «Il Curioso Caso Lorita Tinelli: Fenomenologia Di Una Psicologa Paragiornalista». L’autore, ovviamente, non esiste. Inventato. Tale Pierluigi Belisario: sarà un caso ma Pierluigi è il nome di un ex arkeoniano molto vicino al guru e che ha avuto un ruolo-chiave nel processo e, ci dice ancora la Tinelli, «Belisario è il nome di mio marito». Un nome non comune: che sia stato utilizzato per “ribattezzare” l’autore di questo libro, lascia pensare. Ma minacce e intimidazioni hanno toccato anche altri protagonisti della vicenda, dai testimoni-chiave del processo (alcuni dei quali sono stati querelati più di 100 volte, ma sempre assolti) fino all’allora presidente dell’Ordine degli Psicologi di Bari, Giuseppe Luigi Palma: «Per noi – ci racconta – la vicenda è iniziata a fine anni ’90 quando ci fu segnalato che Moccia (il guru di Arkeon, ndr) si presentava come psicologo, ma non era iscritto all’ordine.

Dopo il caso Braibanti (nel 1967 un intellettuale di sinistra aveva avuto rapporti omosessuali con due giovani. Uno dei due, però, spinto dai genitori, denunciò il tentativo di Braibanti di «introdursi nella sua mente»), la Consulta ha dichiarato il reato incostituzionale perché «reato d’opinione»

Da qui si sono aggiunte poi varie segnalazioni e denunce sugli abusi psicologici, anche grazie all’operato della dottoressa Tinelli, che per questo è stata poi bersagliata». Non a caso anche l’Ordine nel processo si è costituito parte civile, ricevendo un risarcimento danni; e proprio da lì sono cominciate le pressioni: «So che specie su internet e blog creati ad hoc, sono stato attaccato e insultato dai seguaci di Arkeon. Ma al di là del caso concreto, questa è una vicenda che dovrebbe invitare le istituzioni a riflettere».

IL REATO CHE MANCA

Già, perché forse sarebbe andata diversamente se l’Italia avesse reintrodotto nel suo codice penale il reato di manipolazione mentale. Già, reintrodurre. Perché in Italia c’era. L’articolo 603 del codice penale, infatti, prevedeva che chi sottoponeva «una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione» poteva essere condannato fino a 15 anni di reclusione. Tuttavia dopo il caso Braibanti (nel 1967 un intellettuale di sinistra aveva avuto rapporti omosessuali con due giovani. Uno dei due, però, spinto dai genitori, denunciò il tentativo di Braibanti di «introdursi nella sua mente»), la Consulta ha dichiarato il reato incostituzionale perché «reato d’opinione». Da allora tutti i tentativi fatti per reintrodurlo sono miseramente falliti. «È chiaro – puntualizzano dall’Aivs (Associazione Italiana Vittime Sette) – che non è nostro scopo resuscitare il vecchio reato di plagio, ma riteniamo opportuno che lo Stato italiano possa adottare idonee misure legislative che prevengano e contrastino il condizionamento psicologico degli individui».
Non a caso, la Fecris, la Federazione Europea dei Centri di Ricerca e di Informazione sulle Sette e i Culti, ha inviato una lettera al Governo e ai presidenti di Camera e Senato, esprimendo «forte preoccupazione e sconcerto per il mancato recepimento delle indicazioni contenute» in una Raccomandazione del Consiglio d’Europa (la numero 1412 del 1999) con la quale gli Stati membri sono stati sollecitati a «un’efficace azione di vigilanza e di informazione preventiva sui gruppi a carattere religioso, esoterico o spirituale». Niente da fare: in Italia si continua a perder tempo. Anche in questa legislatura qualcuno ci ha riprovato: l’onorevole Pino Pisicchio il 15 marzo 2013 ha presentato una nuova proposta di legge che, tuttavia, non è mai stata calendarizzata. Intanto le associazioni hanno organizzato soltanto poche settimane fa un incontro in Senato per denunciare l’abbandono delle vittime, non tutelate dallo Stato: diversi i politici presenti, che hanno assicurato la volontà di organizzare tavoli tecnici. Molti di questi, da Piero Liuzzi ad Angela D’Onghia, hanno presentato interrogazioni ad hoc. Che, tuttavia, non hanno mai avuto risposta dal Governo

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/08/10/sette-segrete-il-mondo-torbido-che-la-legge-non-riesce-a-perseguire/35177/

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Pubblicato da su 10 agosto 2017 in Interviste, Uncategorized

 

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I minori e il web

 
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Pubblicato da su 19 marzo 2015 in Conferenze e convegni

 

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Convegno: Il bene che ti voglio

Al convegno, gli interventi saranno a cura di:

Avv. Alessandra Lezzi presidente dell’associazione Strada Facendo
Dott. Mauro Laskavj giudice onorario del tribunale per i minorenni di Bari
Dott.ssa Patrizia Famà giudice del tribunale per i minorenni di Bari
Dott. Dario de Blasiis project manager Centro Laser s. c. ar. l. di Valenzano

Dott. Andrea Carnimeo polizia postale di Bari
Dott.ssa Lorita Tinelli psicologa forense

Testimonial:
Uccio De Santis attore comico barese
Fabrizio Ruta responsabile didattico Shin bu dojo

Il convegno sarà moderato da Marco Emiliano

 

 

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2014 in Conferenze e convegni

 

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Le prepotenze on line: il cyberbullismo

Dall’OSSERVATORIO PSICOLOGIA NEI MEDIA

SEGNALAZIONE

Qualche mese fa tutti i giornali ci hanno riportato la vicenda di un ragazzo suicidatosi a seguito di probabili azioni di molestie da parte dei suoi coetanei. Si parlava di una pagina aperta su facebook in cui i compagni di classe, usando nick anonimi, prendevano in giro il ragazzo. Successivamente un articolo del Corriere spiegava la pericolosità di questa nuova forma di bullismo. L’uso di internet rende ancora più pericolosa questa azione molesta? E perchè?

ARTICOLI ORIGINALI

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2012/11/22/APSzHs0D-deriso_suicida_facebook.shtml

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2012/11/23/APcrIL1D-ragazzo_suicida_giustizia.shtml

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cyberworld-e-il-cyberbullismo2dove-si nascondono-le-insidie-e-i-rischi/

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI

Un guru, una volta, stava tentando di spiegare a un gran numero di persone il modo in cui gli esseri umani reagiscono alle parole, si nutrono di parole piuttosto che di realtà.
Uno degli uomini si alzò e protestò, dicendo: “Non sono d’accordo sul fatto che le parole abbiano un effetto di questa portata su di noi”.
Il guru rispose: “Siediti, figlio di puttana”.
 L’uomo divenne livido di rabbia e disse: Tu ti definisci una persona illuminata, un guru, un maestro, ma dovresti vergognarti di te stesso.
 Il guru allora riprese: “Perdonami, mi sono lasciato trasportare. Non volevo. Chiedo scusa”.
 L’uomo si calmò.
Allora il guru disse all’uomo: “Sono bastate poche parole per scatenare una tempesta dentro di te; e ne sono bastate poche altre per farti calmare nuovamente, non è vero?”
Antony deMello, Dove non osano i Polli

La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica.
Martin Luther King

 

Nel mese di novembre 2012 la notizia del suicidio di un quindicenne romano ha sconvolto l’opinione pubblica, portando tutti a riflettere sugli effetti di certe azioni persistenti e aggressive consumate in un nuovo spazio pubblico: il web.

Uno degli articoli del Secolo XIX intitolava così il resoconto della triste vicenda: “Deriso su Facebook, suicida a 15 anni”. Il quindicenne suicida pare fosse divenuto bersaglio di  un gruppo di compagni che, attraverso l’apertura di una pagina su Facebook, avevano creato un falso profilo con il nome volutamente storpiato del ragazzo, con l’uso di foto ritoccate e con continui messaggi di presa in giro. L’azione vessatoria sarebbe continuata a scuola con scritte sui muri alludenti ad una presunta omosessualità dello stesso ragazzo. Una tipica azione di stalking o cyberbullismo, che può aver avuto un pesante ruolo nella decisione finale.

Negli ultimi anni i social network e la stessa rete internet più allargata sono stati sempre più spesso oggetto di contrapposte tesi sull’utilizzo: da una parte i fautori della piena libertà di espressione, come di fatto ricordato nell’accezione più generale dall’articolo 21 della nostra Costituzione (1), dall’altra coloro che pongono l’attenzione alla tutela delle vittime di un uso improprio e illecito della libertà di espressione, da parte di qualche sconsiderato che adopera malamente questi spazi.

Non si vuole entrare nel merito della polemica, ma, come ci ricorda lo psicoterapeuta e giornalista Roberto Cafiso nel suo ultimo libro, le “parole hanno un peso” (2), e per questo gli effetti degli eventi dipendono da ciascuno di noi e dal nostro comunicare. Le parole possono cambiare i destini, scrive Cafiso, perché sollecitano la neuroplasticità del cervello e inducono comportamenti di problem solving, indispensabili ad affrontare eventi avversi quando usate in senso costruttivo. In tal caso esse danno un senso ed un esempio significativo anche al nostro prossimo. Le parole infatti generano emozioni a prescindere da come vengono pronunciate, in quanto generano sempre immagini ed emozioni nella mente di chi ascolta o legge. Esistono pertanto anche contesti in cui le parole e la comunicazione producono effetti che assumono un valore fortemente negativo.

Ed è sugli effetti negativi delle parole e sull’uso improprio di alcuni strumenti di comunicazione che si basa la nostra osservazione.

Difatti, quando il piano della comunicazione si trasferisce in una piazza virtuale le cose spesso si complicano e diventano molto più pericolose. Non si deve infatti dimenticare che il messaggio scritto in una qualsiasi piattaforma o spazio internet può essere condiviso e pubblicizzato da chiunque acceda a quella conversazione. In questo modo si diffonde ad una velocità maggiore di un semplice pettegolezzo di piazze e rimane permanentemente nella memoria della rete, che rappresenta un potente specchio, capace di riflettere e di ricostruire le identità digitali di chiunque. L’anonimato della rete, poi, rende ancora più difficile la gestione della comunicazione, in quanto chi opera dietro uno schermo si sente più protetto e può, più liberamente, dar sfogo all’espressione delle parti più negative di se’, senza doversi necessariamente confrontare vis a vis con il suo interlocutore … e quindi senza assumersi alcuna responsabilità dei suoi messaggi.

Internet resta ancora oggi in larga parte terra di nessuno. Esso è una sorta di spazio di comunicazione dove sembra vigere la completa anarchia. Recenti sentenze, interpretative della legge sullo stalking, iniziano a porre attenzione all’utilizzo degli strumenti informatici per il conseguimento di un’azione molesta, persistente e ossessiva, nei confronti della propria vittima da parte di uno stalker (il persecutore appunto). Quindi l’uso improprio delle parole, assieme ad un pedinamento furtivo, deliberato e compulsivo nei confronti di una persona, da parte di un singolo o di un gruppo, vengono interpretate, nei Palazzi di Giustizia, come un reato (3) che in quanto tale dev’essere perseguito.

Alla luce di quanto è accaduto e continua ad accadere ci si chiede se ci sia un modo per contrastare tali derive culturali e sociali, tanto illogiche quanto negative.

Probabilmente servono ancora delle disposizioni normative che possano fornire ‘armi’ adeguate alla Giustizia, ma è ancora più necessaria tanta informazione e sensibilizzazione sull’argomento. Non solo, ma in una società complessa e in continua evoluzione, come quella occidentale, è sempre più impellente che i vari tecnici, professionisti ed esperti trovino le modalità per l’elaborazione di  percorsi educativi che aiutino a migliorare la comunicazione verso un suo uso più costruttivo, ad usare in modo più appropriato gli strumenti di comunicazione e soprattutto a far riflettere sulle responsabilità delle proprie azioni.

(1)   « Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.  La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. » (Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 21)

(2)    Il peso delle parole, di  Roberto Cafiso, edito da Sampognaro e Lupi edizioni, 2012

(3)   Il reato è un atto umano, commissivo o omissivo, al quale l’ ordinamento giuridico  ricollega una sanzione  penale in ragione del fatto che tale comportamento sia stato definito come antigiuridico in quanto costituisce un’offesa a un bene giuridico o un insieme di beni giuridici (che possono essere beni di natura patrimoniale  o anche non patrimoniali) tutelati dall’ordinamento da un’apposita norma incriminatrice. Rientra, quindi, nella più ampia categoria dell’illecito Da http://it.wikipedia.org/wiki/Reato

PARERE DEL DOTT. LUCA PISANO

Per denominare le azioni aggressive e intenzionali, eseguite persistentemente attraverso strumenti elettronici (sms, mms, foto, video clip, e-mail, chat rooms, istant messaging, siti web, chiamate telefoniche), da una persona singola o da un gruppo, con il deliberato obiettivo di far male o danneggiare un coetaneo che non può facilmente difendersi, è stato, recentemente, proposto il termine “cyberbullismo” (Patchin, Hinduja, 2006, Smith, 2007, Willard, 2007).

A differenza di quanto accadeva nel tradizionale bullismo in cui le vittime, rientrate a casa, trovavano, quasi sempre, un rifugio sicuro, un luogo che le proteggeva dall’ostilità e dalle angherie dei compagni di scuola, nel cyberbullismo le persecuzioni possono non terminare mai.

I cyberbulli, sfruttando la tecnologia e non essendo più vincolati da limiti temporali (la durata della giornata scolastica) e geografici (la presenza fisica degli studenti in un determinato luogo), possono infatti “infiltrarsi” nelle case delle vittime perseguitandole 24 ore su 24, con messaggi, immagini e video offensivi.

Va aggiunto che se nel bullismo off line i bulli sono studenti, compagni di classe o di istituto con i quali la vittima ha costruito una relazione, i cyberbulli possono essere degli sconosciuti oppure persone note che on line si fingono anonime o che, sollecitando l’inclusione di altri “amici” anonimi, rendono impossibile per la vittima risalire all’identità di coloro con i quali sta interagendo.

La percezione di invisibilità ed anonimato, presunta, perché ricordiamo che ogni computer o telefonino lascia una traccia durante il funzionamento, attiva nei cyberbulli un’alta disinibizione al punto da farli credere di potere compiere on line tutto ciò che desiderano. Mentre nel tradizionale bullismo è più facile riscontrare una media disinibizione, sollecitata dalle dinamiche del gruppo classe e dai meccanismi di disimpegno morale (Sutton e Smith, 1999; Bandura, 1986, 1990, Bacchini, 1998).

Ma può anche accadere, rispondendo appieno a quella moderna logica narcisistica che detta l’importanza del mostrarsi e del far parlare di sé ad ogni costo, che i cyberbulli decidano di rendersi visibili (pensiamo a quanti pubblicano su un proprio blog, video, immagini, scritte offensive nei confronti di compagni di classe o docenti, magari chiedendo ai navigatori di commentarli e votarli).

In entrambi i casi, comunque, di visibilità o invisibilità, l’assenza di feedback tangibili da parte della vittima – “Io non posso vedere te”! (Willard, 2007) – ostacola la comprensione empatica della sofferenza, molto di più di quanto avviene nel tradizionale bullismo, dove il prepotente, per un freddo tornaconto personale (Mealey, 1995; Fonzi, 1999), il bisogno di dominare nella relazione, non presta attenzione ai vissuti dello studente vessato, ma ha chiara consapevolezza degli effetti delle proprie azioni.

Chiarito il rapporto tra cyberbullo e cybervittima, approfondiamo, ora, il ruolo degli spettatori (Salmivalli, 1996), gli studenti che assistono alle vessazioni on line e che – a differenza di quanto accade nel tradizionale bullismo nel quale sono quasi sempre presenti, incoraggiando e fomentando i comportamenti prevaricatori dei più forti – nel cyber bullismo possono essere assenti, presenti, conoscere la vittima o ignorare la sua identità. Se presenti, possono assumere una funzione passiva (se si limitano a rilevare, nelle proprie E-mail, SMS, Chat, atti di cyberbullismo diretti ad altri) o attiva (se scaricano – download – il materiale, lo segnalano ad amici, lo commentano e lo votano), diventando, di fatto, dei gregari del cyberbullo o cyberbulli essi stessi. Il contributo attivo può essere fornito su sollecitazione del cyberbullo stesso – reclutamento volontario – oppure, su spinta autonoma, senza, cioè, aver ricevuto specifiche ed espresse richieste – reclutamento involontario – (Pisano, Saturno, 2008).

Per quanto riguarda la stabilizzazione del ruolo sociale ricoperto dallo studente, alcune ricerche (Ybarra and Mitchell, 2004) hanno evidenziato che, mentre nel bullismo, solo il bullo, il gregario e il bullo-vittima (vittima provocatrice) agiscono prepotenze, nel cyberbullismo, chiunque, anche chi è vittima nella vita reale o ha un basso potere sociale, può diventare un cyberbullo. E’ bene però precisare che Raskauskas e Stoltz, in una ricerca del 2007, hanno verificato che molte cybervittime sono anche vittime di bullismo tradizionale e molti cyberbulli sono anche bulli nella vita reale, mettendo, dunque, in discussione l’iniziale tesi di Ybarra e Mitchell.

Infine, importanti differenze tra bullismo e cyberbullismo, sussistono nella possibilità di “reclamizzare” i comportamenti vessatori: mentre le azioni bullistiche possono essere raccontate ad altri studenti della scuola in cui sono avvenuti i fatti o ad amici frequentanti scuole limitrofe, restando, di fatto, abbastanza circoscritte nello spazio, il materiale cyberbullistico può essere diffuso in tutto il mondo e soprattutto è indelebile: ciò che viene pubblicato su internet non è infatti facilmente cancellabile.

Aggiungiamo, poi, che anche quando il materiale offensivo non viene caricato in rete (update), comunque i cyberbulli possono, attraverso i programmi gratuiti “peer to peer”, trasferirlo on line, autorizzando, persone conosciute o sconosciute, ad operare il download dal proprio computer. Possibilità che contribuisce a rendere sempre più difficile, attualmente diremo impossibile, arginare il fenomeno.

Tra le molteplici forme del cyberbullismo (Willard, 2007a, 2007b, Pisano, Saturno, 2008) prendiamo in esame, per la rilevanza che ha avuto nel caso dello studente di Roma che si suicidato anche a causa delle molestie che subiva on line, l’harassment e la denigration.

Harassment

“Mi sono state fatte delle telefonate anonime e dopo aver risposto non parlava nessuno. E’capitato numerose volte e poi ho scoperto che erano dei miei compagni” (Federica, 16 anni)

“Su di me niente, ma su molte mie amiche sì, come ho detto prima arrivavano e-mail con le descrizioni e immagini volgari. Ho denunciato questa cosa, ma continuano a farlo e molte volte capita anche nel computer di mio fratello (maggiore) e ancora oggi io ho il computer sotto sequestro” (Valentina, 14 anni)

Dall’inglese “molestia”, l’harassment consiste in messaggi insultanti e volgari che vengono inviati ripetutamente nel tempo, attraverso l’uso del computer e/o del videotelefonino. Accanto ad e-mail, sms, mms offensivi, pubblicazioni moleste su Blog e Forum e spyware per controllare i movimenti on line della vittima, le telefonate mute rappresentano sicuramente la forma di molestia più utilizzata dai cyberbulli soprattutto nei confronti del sesso femminile.

“A differenza di quanto accade nel flaming e nel flame war, riscontriamo la persistenza dei comportamenti vessatori (che non sono dunque circoscritti ad una specifica attività on line) ed una relazione sbilanciata nella quale, come nel bullismo off line, la vittima è sempre in posizione down (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971), subisce, cioè, passivamente le molestie o, al massimo, tenta, generalmente senza successo, di convincere il persecutore a porre fine alle aggressioni. In alcuni casi, il cyberbullo, per rafforzare la propria attività offensiva, può anche coinvolgere i propri contatti on line (mailing list), che, magari pur non conoscendo direttamente lo studente target, si prestano a partecipare alle aggressioni on line” (Pisano, Saturno 2008, pp. 42).

Proprietà: intenzionalità, relazione complementare rigida (persecutore in posizione one up, vittima in posizione one down), persistenza, talvolta stabilizzata dal contributo attivo e richiesto di altri utenti della rete (reclutamento volontario).
Aspetti giuridici: comportamento criminale (soggetto che viola una norma contenuta nel codice penale). Nello specifico: art. 594 c.p, ingiuria; art. 595 c.p, diffamazione.

DENIGRATION

“Mi hanno chiamato sul telefono per insultarmi e dirmi che avrebbero messo su internet qualcosa su di me”. (Roberto, 14 anni)

“Mi hanno scritto via e-mail che avevo la testa troppo grande e che puzzavo di pesce. Poi hanno organizzato una votazione e tutti dovevano esprimere il loro parere su un blog”. (Antonio, 15 anni)

“Io sono stato vittima del saiber bullismo dai miei amici perché io vengo dal sud e hanno messo delle mie fotografie su internet per insultarmi”. (Concetta, 14 anni)

“Nicola, che si fa chiamare il Vice-comandante, ha organizzato su un blog una votazione su di me: Arianna è una piagnona? Nel blog erano riportate le risposte dei miei compagni di classe, i voti e le statistiche”. (Arianna, 17 anni)

In questo caso l’attività offensiva ed intenzionale del cyberbullo, che mira a danneggiare la reputazione e la rete amicale di un coetaneo, può concretizzarsi anche in una sola azione (esempio: pubblicare su un sito una foto ritoccata del compagno di classe al fine di ridicolizzarlo, indire una votazione on line per screditare una studentessa, diffondere sul web materiale pedopornografico per vendicarsi dell’ex fidanzata, etc.), capace di generare, con il contributo attivo, ma non necessariamente richiesto, degli altri utenti di internet (“reclutamento involontario”), effetti a cascata non prevedibili.

In questi casi, i coetanei che ricevono i messaggi o visualizzano su internet le fotografie, i videoclip o il link ad un blog non sono, necessariamente, le vittime (come, invece, prevalentemente avviene nell’harassment) ma gli spettatori, talvolta passivi del cyberbullismo, quando si limitano a guardare, più facilmente attivi, se scaricano – download – il materiale, lo segnalano ad altri amici, lo commentano e lo votano.

La denigration è, infine, la forma di cyberbullismo più comunemente utilizzata dagli studenti contro i loro docenti: numerosi sono, infatti, i videoclip, gravemente offensivi, presenti su internet riportanti episodi della vita in classe. In alcuni casi le scene rappresentate sono evidentemente false e, dunque, recitate, in altri sono, purtroppo, vere.

Proprietà: intenzionalità, relazione complementare rigida, talvolta persistenza, contributo attivo ma non necessariamente richiesto degli spettatori (reclutamento involontario).
Aspetti giuridici: comportamento deviante che, nei casi più gravi, diviene criminale. Nello specifico: art. 594 c.p., ingiuria; art. 595 c.p., diffamazione; art. 615 bis c.p., interferenze illecite nella vita privata, art. 528 c.p., pubblicazioni oscene, art. 600 ter c.p., comma 3, divulgazione materiale pedopornografico. Inoltre, sotto il profilo civile, art. 10 codice civile, abuso dell’immagine altrui ed artt. 96 e 97, legge 22 aprile 1941, n. 633, l’esposizione, la riproduzione e la messa in commercio non consensuali del ritratto di una persona. Infine, ricorre la violazione degli articoli 161 e 167 del D.L. 196 del 2003, in tema di privacy.

Bibliografia.

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Fonte: Osservatorio Psicologia nei Media

 

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A cura di Lorita Tinelli