RSS

Archivi categoria: Studi

L’adesione ad una mentalità distruttiva

Come e perché si aderisce ad un culto distruttivo
L’affiliazione ad una ideologia settaria totalitaria presuppone un coinvolgimento completo dell’individuo, tale da generare una modificazione psicologica e comportamentale dello stesso.
Questo non solo ne limita la libertà di pensiero ed azione, ma anche orienta la sua vita in toto, fino all’accettazione di stili distruttivi per se stesso e per gli altri.

Gli elementi a favore del mutamento individuale e della assoggettazione al gruppo e al suo leader carismatico sono rintracciabili in fattori interni e fattori esterni all’individuo.

I fattori interni
a) La condizione psicoemotiva
In studi precedenti (1998) [1] è stato possibile dimostrare che l’adesione ad un’ideologia settaria presuppone che l’individuo stia vivendo uno stato emotivo particolare.
La perdita di una persona cara, un lutto, un esame non andato bene, aspettative fallite, … possono essere fattori scatenanti di uno stato di necessità emotiva. Questo pone l’individuo nella condizione di maggiore sensibilità verso discorsi di carattere spirituale/affettivo. Pensare ad un Dio, ad un Maestro, ad un Padre, ad un’Entità Superiore, che possa sconfiggere il dolore e la propria sofferenza, è un modo per de-responsabilizzarsi dal problema e di affidare la risoluzione delle proprie angosce ad un’altra persona, di cui si riconoscono doti eccezionali. L’adesione al gruppo, quindi, non è consapevole e volontaria né la scelta razionale, ma l’individuo finisce per essere trascinato dal flusso dei condizionamenti somministrati e ne subirà le conseguenze [2].

b) La struttura di personalità dell’adepto

Molti studi (1991) [3] hanno evidenziato che aderenti a sette distruttive e devianti hanno le seguenti caratteristiche in comune:

1) Educazione familiare rigida
La grande maggioranza degli adepti di sette distruttive da bambino ha vissuto in un clima familiare rigido, anafettivo e squalificante.

L’aver vissuto in questo modo li porta a perpetrare e a ricercare tali sistemi di relazione e comunicazione in altre esperienze della propria vita.

Chi è vissuto in un sistema rigido presenta delle difficoltà ad esprimere liberamente ciò che desidera. Nel proprio vissuto probabilmente nessuno ha risposto alle richieste: questo avrà portato la persona ad una serie di esperienze di vita non sempre positive (nel passato di molti aderenti a culti distruttivi, ci sono esperienze di droga, di abbandono, di violenza, …).

Quando un culto o un gruppo con regole precise si propone al soggetto in termini amichevoli, egli risponde. Il desiderio è quello di aderire ad un sistema conosciuto e stabile, che gli consenta di vivere la sua vita felicemente.

Gli stessi rapporti saranno vissuti in termini di punizioni e gratificazioni. La stessa spiritualità è vissuta in questi termini.
Si comincia a credere che qualsiasi evento negativo sia meritato perché vissuto in termini di punizioni dall’Alto, per qualcosa di sbagliato commesso o anche pensato!

2) Esperienze di delusione

L’adepto ha vissuto una serie di delusioni nella sua vita.

Nel paragrafo precedente si accennava alla perdita di qualche persona cara. Divorzi, separazioni, perdite, malattie, lutti, … sono esperienze di abbandono. Chi vive queste esperienze si sentirà più sensibile verso persone o gruppi che promettono accoglienza senza apparenti pericoli o richieste evidenti.

Spesso, poi, il gruppo promette immediatamente conforto e gratificazione e questo è molto allettante.

3) Bassa auto-stima
Il potere dell’affiliazione ha un provato valore distruttivo della vita di molti individui.
Difatti molti di coloro che sono affascinati dai movimenti estremi hanno dei problemi di scarsa auto-stima.
Se una persona, non ha sviluppato un sano amore di se stessa e non riesce a valorizzare le sue credenze e le sue abilità, mostra maggiore recettività verso sistemi totalitari.

Chi non ha imparato a stimarsi, tenderà, infatti, a non riuscire a discernere fra ciò che è realmente giusto per se e per gli altri e ciò che è manipolativo e distruttivo.
Il soggetto a bassa auto-stima è talmente alienato ed isolato, che desidera solo ed unicamente essere accettato. Per acquisire un valore agli occhi di un altro, è disposto a fare tutto ciò che gli viene chiesto.
4) Esperienze di abuso

Molti aderenti a gruppi estremi, raccontandosi, parlano di vissuti di abuso, fisico e psicologico, che ha indotto loro vergogne, inadeguatezze e sensi di colpa. Sostengono inoltre che il gruppo, al quale hanno aderito, ha donato loro serenità e gioia.
Essi, per il loro passato, sentono fortemente un vuoto affettivo, che contribuisce alla scarsa valutazione di se stessi.
Atteggiamenti e aspettative

Da racconti di ex membri di sette emerge che prima della loro adesione al gruppo, vivevano il presente con un senso di inadeguatezza. Essi desideravano un mondo diverso, più giusto, ma ritenevano di non possedere
sufficienti risorse per migliorarlo. Inoltre vivevano le relazioni, la spiritualità, i rapporti, … in termini funzionali.
Persone con simili caratteristiche sembrerebbero più facilmente manipolabili.

I fattori esterni
La personalità del leader

Secondo Del Re[4] il leader (definito settario) in nome dei suoi ideali, potrebbe arrivare, senza scrupoli, a qualunque delitto. Egli possiede una mentalità che identifica un complesso di norme con i “valori” in senso assoluto e, per la fede incontrollabile nella giustezza delle proprie credenze, ha una notevole capacità a
delinquere. Inoltre egli non dimentica mai la legge etico-religiosa, che coincide in quasi ogni norma con la coscienza sociale e ne sarà solo in parte una modifica.
I leaders carismatici sono solitamente dei visionari apocalittici che acquisiscono un potere di controllo fisico, sessuale e psicologico sui loro seguaci. In molti casi essi poggiano le loro credenze su
interpretazioni di dottrine a loro rivelate o in qualche modo basate su loro geniali scoperte. Si proclamano divinità. Esse manifestano una superiorità personale non discutibile, gratificante dal punto di vista
emozionale. Ne abbiamo già accennato all’inizio del capitolo sulle autoproclamazioni distruttive.

La dottrina e prassi ideologica

La dottrina o ideologia di gruppo presenta le seguenti caratteristiche:

a) Attività religiosa compulsiva.
Gli adepti all’interno del gruppo imparano che tutti gli sforzi servono a ricevere il consenso di Dio o di un
Maestro. Essi dunque lavorano duramente, anche impegnandosi in attività pratiche, nella speranza che un
giorno Dio o il Maestro possa ricambiare in qualche modo il loro zelo, in modo da alleviare magicamente le loro
sofferenze.

La dottrina e le prassi ideologiche del gruppo fanno sì che l’aderente sviluppi la mentalità del guadagno in base al proprio sacrificio .
Proprio per questo molti aderenti sono pronti a sacrificare la propria famiglia, le proprie abitudini precedenti, per
acquisirne nuove è più confacenti alla dottrina del gruppo.

b) Dare per ottenere.
Molti gruppi organizzano frequenti corsi di aggiornamento e di formazione a pagamento per i propri adepti o
chiedono loro una questua periodica. Le continue richieste del leader ai propri seguaci vengono giustificate con la teoria del “più dai più riceverai”. Quindi gli aderenti svilupperanno la mentalità che più investono nel gruppo maggiore sarà la considerazione che il leader avrà di loro. Questo investimento spirituale, ma soprattutto economico, consentirà lo sviluppo di un legame psicologico talmente forte da portare a soddisfare anche richieste più grandi.
c) Induzioni di auto-ossessioni e riconoscenze

Nei gruppi distruttivi l’individuo è tanto ossessionato dalla risoluzione dei propri bisogni da non riuscire a comprendere quelli altrui.
Le persone che vivono in questo stato egoistico sono interessati esclusivamente dal come gli altri possono soddisfare i loro bisogni e sollevarli dalle loro pene.

Il gruppo, mediante la sua dottrina e la sua prassi, convince il singolo di avergli colmato le carenze e di lavorare
esclusivamente per lui. Tale convinzione scatena un senso di riconoscenza e fa attivare il senso di dover ricambiare in ogni modo tale dono.
In questo modo viene saldato il rapporto di dipendenza dell’adepto al gruppo.

d) Estrema intolleranza.
Gli adepti sviluppano una forma di intolleranza nel variare opinioni o espressioni di fede, grazie alle continue
induzioni che ricevono sulla ideologia del gruppo.

Giudicano gli altri e cercano nella vita degli altri la parte negativa. Da una posizione di superiorità disprezzano gli altri per ciò in cui credono e per come manifestano le loro credenze.
I gruppi distruttivi, difatti, insegnano che il mondo va visto in due colori: bianco e nero. Quindi o si è da una parte oppure dall’altra.

La presenza di un nemico esterno è inoltre funzionale alla coesione del gruppo.
e) Induzione del desiderio di evolversi spiritualmente e psicologicamente .

Il gruppo per fissare i propri concetti nella mente degli aderenti induce un addestramento costante. Tale allenamento renderà gli adepti esperti e sempre più meritevoli di gratificazioni e accettazioni.
I programmi di addestramento sono continui e servono a migliorare la salute psichica, emotiva e spirituale degli
adepti.

In questo modo essi vengono indotti a bloccare le informazioni critiche nei confronti del proprio gruppo di appartenenza, riducendo il proprio campo di coscienza.

f) Secondo Robert Cialdini in stati di incertezza o instabilità emotiva, quando risulta difficile prendere delle decisioni, si mostra la tendenza a imitare gli altri.
Fare quello che fanno gli altri, aiuta a sentirsi maggiormente accolto e integrato nel gruppo.
Il gruppo ha, quindi, una funzione di rinforzo per l’apprendimento di certe modalità d’azione.

È per questo che la maggior parte dei gruppi estremi o distruttivi puntano la loro forza sulla coesione di gruppo.
Gli adepti imparano a vestirsi e pettinarsi allo stesso modo, acquisiscono un gergo proprio e modalità d’azione che li differenziano dal mondo circostante.
Questa diversità li convince di essere sulla strada della verità assoluta e di appartenere ad un popolo di eletti.
Tratto Da ‘Controllo mentale e reati: quando le sette diventano organizzazioni criminali ‘

[1] Tinelli Lorita, Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, 1998.
[2] Gagliardi Giorgio, I condizionamenti psichici e l’espansione dei nuovi
movimenti religiosi , Dagli atti del XI Congresso Nazionale sul tema Quarant’anni di ipnosi in Italia:
presente e futuro, Firenze, 1998, ed. Giampiero Mosconi.

[3] Arterburn Stephen & Felton Jack, Toxic Faith , A Division of Thomas Nelson Publisher,
Nashville, 1991, pp.32-36
[4] Del Re Michele Claudio, Il reato …, p. 29

di Lorita Tinelli (1999) Tesina presentata al Dipartimento di Criminologia Genrale e Penitenziaria. Relatore Prof. Oronzo Greco, pp.41-47

Riproduzione vietata ©

 
1 Commento

Pubblicato da su 16 febbraio 2011 in Studi

 

Tag: , , , , ,

Credere nell’immaginato: l’induzione di falsi ricordi

“Offri al popolo gare che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il
nome delle capitali dei vari Stati (…). Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di
fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri d’essere ‘veramente
bene informati’. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento,
quando in realtà sono fermi come un macigno.”


Ray Bradbury, Fahrenheit 451

 

 

Negli ultimi anni mi è capitato sovente di ascoltare racconti di esperienze di gente che appartiene o che è fuoruscita da gruppi dal potenziale umano.
Per gruppi dal potenziale umano ci si riferisce ad una serie di movimenti o aggregazioni che propongono all’uomo un radicale miglioramento delle proprie potenzialità, mediante l’utilizzo di un sincretismo di tecniche desunte dalle religioni, dalla filosofia, dalla psicologia e dalla psicoterapia, più o meno ufficiali, applicate, il più delle volte, in modo disordinato e senza controllo da persone che quasi mai hanno competenza in materia.

Tali gruppi si propongono come obiettivo la liberazione dell’uomo dai condizionamenti socio-culturali, dalle paure e dalle esperienze negative, al fine di fargli esprimere le proprie potenzialità e creatività. Ma nel concreto portano l’individuo a perdere la misura delle proprie possibilità e dei propri limiti.
E’ abbastanza solito, inoltre, trovare in questi movimenti una dimensione magica che viene trasmessa agli allievi attraverso precisi corsi e rituali iniziatici.
In tali gruppi, durante condivisioni o attività a forte impatto emotivo, è sempre più sperimentato il momento del rievocarsi del ricordo di un presunto abuso sessuale, avvenuto in un momento imprecisato dell’infanzia. Il singolo viene “convinto” che motivo per cui non ha mai avuto sino ad allora il ricordo di tale evento è la censura mediante la quale il suo incoscio si è difeso per anni
da un’esperienza così forte. Soltanto attraverso particolari esperienze evocative è possibile che i lacci della censura si sciolgano, facendo così riaffiorare quel traumatico fardello, avvenuto in età precoce.
I sostenitori di tali ‘teorie’ affermano che un’altissima percentuale di persone hanno subìto un abuso sessuale durante la propria infanzia, spesso ad opera di un parente stretto, e che tale trauma, sarebbe responsabile di tutti i loro ‘problemi’ successivi.
Nella maggior parte dei casi, le stesse persone, che si erano straziate dal dolore rievocando tale evento e descrivendolo nei più piccoli dettagli, fuoruscendo dal sistema di credenze del gruppo, hanno potuto verificare che tale evento non era mai accaduto in nessun momento della loro vita.

Giuditta (nome di fantasia), per esempio, una ventitreenne dai grandi occhi azzurri, mi racconta in questo modo il momento in cui il suo ‘mestro’ di meditazione gli permise di ricordare del suo abuso:
Ero al centro del cerchio. Il maestro mi mise le mani sullo sterno e mi disse che in quel punto c’era una tensione. Io ero ad occhi chiusi e sentivo molto dolore per la sua pressione con le dita. Avvertivo tanta tensione intorno. C’era chi piangeva, non potevo vedere chi fosse, perchè i miei occhi erano fissi nei suoi [del Maestro, nda]. Fu quello il momento in cui ricordai. Era stato mio padre ad abusare di me, proprio quando mi cambiava i pannolini. Ricordai la sua espressione, quello che mi diceva e il suo respiro affannoso. Localizzai l’evento al mio sesto mese di vita, quando mia madre aveva ripreso a lavorare e mi aveva affidato a mio padre che per un lavoro diverso poteva accudirmi a casa“.

Evelina (nome di fantasia) mi racconta:
Ero lì sul palco, davanti a tutta la comunità e lui [si riferisce al Santone, nda] mi toccava con il dito le labbra, sussurrandomi di ricordare, di ricordare, di ricordare. E fu così che ricordai lo zio. Avevo circa un anno e mia madre mi aveva accompagnato da mia nonna dove abitava anche lui. Mi aspettava in cannottiera. Lo ricordo tutto sudato e bramoso di avermi. Uscita dall’incubo
[si riferisce all’esperienza nella comunità, nda] dopo 4 anni, ho capito che mai una cosa del genere era accaduta. Quando avevo un anno mio zio era negli USA per lavoro ed è ritornato a vivere in Italia solo quando ero più grandicella, con moglie e figli. Ho recuperato oggi con lui un rapporto sereno, sebbene per anni l’ho considerato il mio violentatore.”

Com’è possibile allora che, durante gli esercizi di rievocazione, i soggetti fossero stati puntuali nella descrizione di tale esperienza? Com’è possibile che abbiano addirittura riconosciuto nel fratello, nel padre, nello zio, nel vicino di casa il proprio abusatore? Com’è possibile che taluni ricordi risalissero addirittura al periodo dei primi mesi di vita?

Sono leggittime a questo punto altre domande:
E’ possibile indurre dei falsi ricordi in una persona?
E’ possibile finire per credere ad eventi autobiografici mai accaduti? E’ possibile far credere ad una persona che nella sua vita sono accadute cose che in realtà non sono accadute per niente?
La risposta della psicologia cognitiva a queste domande è affermativa.
Tutti quanti siamo disposti ad accettare, in talune condizioni, molto più di quello che il buon senso e la logica ci farebbero supporre (Mazzoni, 1997).
Le ricerche sulla suggestionabilità hanno messo in luce come la nostra memoria sia sorprendentemente modificabile. Difatti i pazienti con varie forme di amnesia “costruiscono” memorie non vere.
Gli studi di Ceci e collaboratori (Ceci, Ross e Toglia, 1987) hanno per esempio evidenziato che i bambini spesso adottano e si appropriano dei contenuti implicitamente (o esplicitamente) suggeriti dagli adulti.
In uno degli esperimenti realizzati da questi autori, dei bambini assistevano ad una scena. Il giorno successivo gli sperimentatori facevano delle domande ai bambini sull’evento cui avevano assistito. Queste domande erano inducenti, del tipo “Ti ricordi a che ora è entrato in classe il signore che aveva una cartella rossa sotto il braccio?” quando in realtà l’uomo aveva un libro in mano.
Nel compito del riconoscimento successivo, che avveniva dopo una settimana, circa il 60% dei bambini sceglieva la risposta suggerita dall’intervistatore.
In questo caso, anche una sola domanda mal fatta ha fatto sì che la maggioranza del gruppo di bambini abbia sviluppato un ‘falso ricordo’.
Altri lavori (Bruck e Ceci, 1997; Mazzoni, 1998) hanno evidenziato come il contenuto suggerito può facilmente sostituire il ricordo dell’evento originario.
Se in una serie di colloqui viene ripetuto lo stesso contenuto “non vero” (per esempio mediante la stessa frase o con la stessa domanda induttiva), i soggetti arrivano a ricordare episodi mai realmente accaduti nella loro vita.
Mesi di interviste, colloqui, domande, suggerimenti, possono produrre una sorta di “narrazione collettiva ” di eventi mai accaduti (Elizabeth Loftus, 1995).
Durante un esperimento, per esempio, venivano scelti degli adolescenti che sostenevano di non essersi mai persi in un centro commerciale da piccoli e la cui versione veniva confermata dai genitori, e si chiedeva a ciascuno di immaginare la scena che si sarebbe potuta verificare in caso si fossero davvero persi. Si suggeriva loro di immaginare con chi fossero, dove si trovassero, cosa stessero facendo fino al momento in cui si perdevano. Veniva loro detto che tale racconto era ricordato dal proprio fratello o sorella. Dopo qualche tempo si chiedeva a ciascuno di ricordarsi qualcosa su quando si era perso da piccolo al centro commerciale. A questo punto gli adolescenti sostenevano che era molto probabile che si fossero persi realmente e addirittura ricordavano aspetti dell’evento.
Altre ricerche hanno evidenziato quanto la gente sia più facilmente suggestionabile quanto più l’inganno mnemonico si riferisce ad eventi che coinvolgono il proprio corpo (Ornstein, Gordon, Laurus, 1992).
In un lavoro realizzato con un campione di bambini, Bruck, Hembrook e Ceci hanno dimostrato che durante delle interviste a bambini, ripetendo delle informazioni errate rispetto ad una visita medica, sono stati determinati dei falsi ricordi in loro.
Difatti durante l’esperimento ai bambini, la cui visita medica era stata videoregistrata, veniva suggerito nel corso di tre interviste successive, che il medico li aveva toccati in un certo modo, quando questo non era vero e il video lo testimoniava. Ebbene, alla quarta intervista i bambini spontaneamente tendevano a riportare di essere stati toccati dal medico nel modo che era stato suggerito loro tramite l’intervista.
Spiega la professoressa Mazzoni: “Il ricordo è il prodotto dell’attivazione di aree del cervello contenenti informazioni codificate nel tempo . Il nostro cervello memorizza solo elementi di un episodio, non tutti i dettagli , come avviene in un filmato. Eppure nell’attivare la memoria, inconsapevolmente, riempiamo i vuoti , inserendo elementi che per noi ‘hanno senso’ in quel contesto, anche se non sono accaduti realmente. Per esempio, stereotipi e pregiudizi vengono utilizzati per riempire i vuoti e un testimone ‘ricorderà’ che il ladro era una persona di colore se il suo stereotipo è che la maggioranza dei furti vengono commessi da persone di colore“.

La memoria, dunque, riserva molte insidie.

Gullotta, precisa che “I nostri occhi e le nostre orecchie, sono organi sociali, non oggettivi. Capita spesso che noi vediamo o
ascoltiamo ciò che ci aspettiamo di vedere e ascoltare“.
Gardner (2004) denominò la sindrome da falso ricordo quel disturbo psichiatrico che  compare nell’età adulta e che colpisce soprattutto i soggetti di sesso femminile.
La manifestazione principale è la convinzione di essere stati abusati sessualmente durante l’infanzia da parte di un familiare o comunque di una persona molto vicina, anche se tutto questo non trova alcuna corrispondenza nella realtà.
Secondo gli studi di Brainerd e Reyna (2005), tale ricordo si sviluppa nel corso di una “psicoterapia” più o meno riconosciuta. La sindrome è caratterizzata dalle seguenti manifestazioni:

-la convinzione persistente di essere stati abusati sessualmente nell’infanzia
-il ricordo di elementi impossibili e/o assurdi
-la convinzione che il presunto abusante è un membro della propria famiglia
-la convinzione che altri membri della famiglia abbiano favorito l’abuso sessuale
-la convinzione di aver rimosso per lungo tempo tali ricordi
-la rievocazione delle memorie di abuso nel contesto di un percorso caratterizzato da tecniche
simil-ipnotiche impiegate per recuperare i presunti ricordi “rimossi”
-la convinzione che i ricordi felici dell’infanzia siano falsi
-altre manifestazioni psicopatologiche (isteria, paranoia, problemi sessuali, disturbi dell’umore,
disturbo di personalità multipla, disturbo post-traumatico da stress).
Nell’insorgere della sindrome da falso ricordo, un ruolo di primo piano viene rivestito dal terapeuta o comunque da chi consapevolmente o meno alimenta l’ossessione del soggetto che ha di fronte, inducendolo a scambiare la sua attività immaginifica in produzione di ricordi.
Lo stesso Freud nella sua Autobiografia del 1924 scriveva:
Prima di proseguire oltre nella valutazione della sessualità infantile, devo por mente a un errore del quale fui vittima per un certo periodo e che per poco non compromise irrimediabilmente tutta la mia opera.
Sotto la spinta del procedimento tecnico che usavo allora, la maggior parte dei miei pazienti riproduceva scene della propria infanzia che avevano come contenuto la loro seduzione sessuale ad opera di una persona adulta. Le donne attribuivano quasi sempre la parte del seduttore al proprio padre.
Affidandomi a tali comunicazioni dei pazienti, supposi di aver trovato l’origine delle successive nevrosi in questi episodi di seduzione sessuale risalenti all’età infantile. Alcuni casi nei quali tali relazioni col padre, lo zio o un fratello maggiore si erano protratte fino ad anni di cui il ricordo era rimasto vivido, mi rafforzarono nel mio convincimento (…).
Ciò accadeva in un’epoca in cui io stesso facevo violenza al mio senso critico per costringerlo a essere imparziale e ricettivo dinanzi alle molteplici novità che ogni giorno andavo scoprendo.
Quando in seguito mi vidi invece costretto a riconoscere che tali scene di seduzione non erano mai avvenute in realtà, ma erano solo fantasie create dall’immaginazione dei miei pazienti – e magari anche suggerite da me – rimasi per un certo periodo assai disorientato.
La fiducia nella mia tecnica e nei miei risultati subì un fiero colpo: a rintracciare quelle scene ero giunto per mezzo di un procedimento tecnico che reputavo ineccepibile e il contenuto di esse era palesemente correlato con i sintomi da cui era partita la mia indagine.
Tuttavia una volta riavutomi fui subito in grado di trarre dalla mia esperienza le giuste conclusioni: i sintomi nevrotici non erano collegati direttamente a episodi realmente avvenuti, ma piuttosto a fantasie di desiderio, per la nevrosi la realtà psichica era più importante della realtà materiale” (pp. 51-52).

Secondo Gardner, malgrado la rilevanza del ruolo di un induttore di tale falso ricordo, il soggetto affetto dalla sindrome appena descritta difficilmente riconoscerà l’influenza giocata da questo, bensì sosterrà che i ricordi di abuso sono emersi indipendentemente dall’attività di altri (fenomeno del pensatore indipendente). Nei racconti dei soggetti affetti da tale sindrome, si
individuano scenari presi a prestito con l’uso di espressioni linguistiche tipicamente tecniche  (“ho rimosso”, “sto negando”, etc) imparati durante il percorso di interiorizzazione.
Altre caratteristiche sono
-l’assenza di ricordi positivi relativi alla relazione con il presunto abusatore
-la convinzione che i ricordi di aspetti positivi dell’esperienza col presunto abusatore siano una
sorta di copertura dell’orrore realmente vissuto (reinterpretazione retrospettiva)
-assenza dei sensi di colpa per l’azione di denigrazione del presunto abusatore

La memoria autobiografica rappresenta uno dei sistemi più importanti della nostra mente per la costruzione del Sè (Ribot, 1882; Galton, 1892; Fitzgerald, 1986), determinando rappresentazioni in continua evoluzione anche in rapporto all’immagine di sè che dagli altri viene riflessa.
La ricerca contemporanea individua nei lobi frontali la capacità anamnestica, tant’è che nei casi di lesioni a tali lobi non solo porta a difficoltà nel recupero della memoria autobiografica, ma anche ad una scorretta valutazione delle memorie recuperate (Schacter ed altri).
In assenza di lesioni dei lobi frontali i ricordi errati vengono accettati come veri quando i meccanismi preposti a valutare la plausibilità e probabilità sono deficitari o quando la valutazione di plausibilità e di probabilità fanno protendere verso un’attribuzione del ricordo quale vero (Mazzoni, 1997).
La nostra memoria è quindi malleabile e modificabile. E c’è chi ne approfitta.
George Orwell nel suo 1984 descrive un Ministro della Verità preposto a riscrivere la storia negando l’accesso ai veri episodi precedenti. Ogni volta che il Grande Fratello lo desidera, il Ministro della Verità modifica la storia e tutti devono ricordare l’attuale e non il pregresso. E’ impedito a tutti di ragionare e di porsi le domande necessarie per confronti e delucidazioni. La Verità è quella del momento.

Fortunatamente, però, fuori da certi contesti così fortemente persuasivi, l’individuo nella maggior parte dei casi possiede un sistema di valutazione in grado di distinguere un vero ricordo da uno falso.
Morpheus dopo aver ricoverato Nemo nel suo hovercraft gli sussura: “Se ci fanno male gli occhi mentre guardiamo la realtà, è soltanto perchè non li abbiamo aperti”.

Dr.ssa Lorita Tinelli
12 Luglio 09

 

Bibliografia

1. Barresi F., Sette religiose criminali, dal satanismo criminale ai culti distruttivi, Edizioni Edup, Roma, 2006
2. Boschetti C., Il libroo nero delle sette in Italia, testimonianze e documenti shock sul volto oscuro delle religioni , Newton Compton Editori, 2007
3. Cadei B., Sette e nuove religioni, che fare? Un’introduzione pratica, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1998
4. Gulotta G., Cavedon A., Liberatore M., La sindrome di alienazione parentale. Lavaggio del cervello e programmazione dei figli a danno dell’altro genitore , Giuffrè Editore, 2008
5. Lifton R. J., Thought Reform and the Psychology of Totalism, 1961
6. Mazzoni G., Lombardo P., Malvagia S., Loftus E. F., Creating false memories: the effect of
clinical interpretation , Wuersburg, ESCOP, 1996
7. Schacter D. L. (in press), Illusory memories: A cognitive neuroscience analysis. In Mazzoni G., Nelson T., Moni toring and control processes in metacognition and cognitive neuropsychology, Hillsdale, N. J., Erlbaum (1997)
8. Orwell G., 1984, Oscar Mondadori, 1985
9. Orwell G., La fattoria degli animali, Oscar Mondarori, 1983
10. Re S., Mindfucking. Come fottere la mente. Castelvecchi, 2007
11. Tinelli L. Capacità mnestiche e induzione di falsi ricordi, Pro Manoscripto, 2000
12. Tinelli L. Memorie e false memorie, in I mille volti degli abusi, AA.VV., Editorba, 2006 (dispensa
multidisciplinare)
13. Tinelli L. Abuso psicologico e Controllo mentale, in Leadership Medica, 2000
14. Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatic of Human Communication, 1967
15. Wakefield H., Underwager R., Personality characteristics of parents making false accusations of sexual abuse in custody dispute, Issues in Child Abuse Accusations 2(3), 1990, pp. 121-136

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 28 gennaio 2011 in Studi

 

Tag: , , , ,

Benessere organizzativo e relazioni interpersonali

Abstract

La presente ricerca si colloca nell’ambito del progetto sviluppato dal CeSAP (1) dedicato alla prevenzione dei rischi per la salute psicologica nei contesti lavorativi, intitolato “Benessere organizzativo e relazioni interpersonali”. Partendo dalla considerazione che l’ambiente lavorativo è un luogo in cui s’instaurano relazioni tra individui e dove tali relazioni esercitano un’influenza sui risultati dell’intera organizzazione, l’obiettivo generale del progetto è stato quello di osservare il grado e la qualità del benessere organizzativo in diversi ambiti lavorativi: una struttura ospedaliera pubblica di medie/grandi dimensioni; un comune di 20.000 persone; due aziende a direzione privata di piccole dimensioni.I dati raccolti hanno individuato aspetti che contribuiscono a delineare il clima organizzativo e hanno evidenziato aree di miglioramento in cui poter intervenire per accrescere la qualità delle relazioni interpersonali.

Ricerca a cura delle Dr.sse Lorita Tinelli, Antonella Bianco, Maria Antonietta Impedovo

n. 3 Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia (Dicembre 2010)

pp. 42-49

————-

(1) Il CeSAP è un’associazione che opera dal 1999 su territorio nazionale, occupandosi dello studio degli indicatori dell’abuso psicologico e di fornire sostegno psicologico e giuridico alle vittime di abuso. E’ costituita prevalentemente da psicologi di diverso orientamento e avvocati. Sito: http://www.cesap.net

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 28 gennaio 2011 in Studi

 

Tag: , , , , , , ,

LA DIAGNOSI NELL’ETA’ EVOLUTIVA, pro manoscipto del 1998

INDICE

– Significato e tipi di Diagnosi
– Differenze fra Diagnosi Psicologica e Diagnosi Psichiatrica
– Differenza fra Diagnosi Psicologica e Diagnosi Grafologica
– Gli strumenti diagnostici
– Le tecniche proiettive
– Tipi di test proiettivi
– Lo sceno-test
– Il Test Patte-Noire (PN)
– Il TAT (Test di Appercezione Tematica)
– Il CAT (Test di Appercezione Tematica per Bambini)
– Il Rorchach
– I Test Grafici
– Il test della Figura Umana (test di Machover)
– Il test della Famiglia
– OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

Significato e tipi di Diagnosi

Diagnosi (termine derivante dal greco) ha significato di conoscenza della Persona attraverso la raccolta, l’elaborazione e l’interpretazione di una serie di dati.
Esistono differenti tipi di diagnosi a seconda della competenza dell’individuo che si appresta a farne uso e a seconda degli obiettivi che questi si propone.

I diversi tipi di diagnosi sono :
1. Diagnosi Medica
Essa :
• utilizza un giudizio anatomo-funzionale (va cioè a ricercare danni corporei reali)
• comporta un giudizio eziologico (cerca la causa della malattia ; es. l’epatite è di tipo virale o ha un’altra causa?)
• esprime un giudizio funzionale (es. l’epatite è in fase di compenso o di scompenso)

Il suo obiettivo consiste nel pervenire ad un giudizio attraverso il quale i dati raccolti vengono messi insieme e valutati in base ad un quadro nosografico.

2. Diagnosi Medico-Psichiatrica
Rispetto al primo tipo di diagnosi, in essa cambia la natura dei segni che si vanno a leggere, inoltre la sua indagine avviene attraverso una comunicazione affettivo-emotiva.
Il manuale di riferimento per l’individuazione di un quadro nosografico è il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). In questo manuale si privilegia la descrizione oggettivistica delle malattie.

In psichiatria l’eziologia delle patologie si può solo interpretare, infatti non esistono cause certe di una malattia mentale.
Questo tipo di diagnosi quindi :
• è fenomenologica, cioè legata a ciò che appare e si effettua in base ai vissuti del paziente
• necessita di un setting (ambiente rigido nel quale si svolge il rapporto terapeutico ; esso è caratterizzato da un insieme di regole e dallo spazio in cui si svolge la relazione terapeutica) ; infatti proprio perché la diagnosi psichiatrica lavora sui vissuti, lo psichiatra ha bisogno di regole che confinino questa esperienza altamente sfuggente.
• il riferimento alla nosografia è complesso e si basa sulla teoria di formazione di ciascun medico psichiatra.

3. Diagnosi Psicoanalitica
Si basa su interpretazioni che fanno riferimento ad una teoria precisa, cioè quella psicoanalitica freudiana.
Infatti uno psicoanalista che parla di personalità nevrotica (nevrosi= manifestazione indiretta di un conflitto intrapsichico) mi fa capire che ha idee precise su quella patologia.
L’assunto base della teoria freudiana è che ogni patologia comporta la messa in atto di una forma di difesa.

4. Diagnosi Psicologica
Specialmente quella infantile è complicatissima, in quanto è difficile riportare i sintomi in evoluzione del bambino (che non è ancora un essere perfettamente strutturato) in un quadro nosografico già definito.
Il difficile è stabilire qual è la struttura sia affettiva sia cognitiva del bambino.
E’ difficile definire se un momento di scompenso sia un momento in cui il bambino sta andando verso l’equilibri oppure sta tornando ad una fase precedente.

Quando si fa diagnosi in età evolutiva, la dimensione Clinica è di fondamentale importanza, perché per valutare il bambino è importante l’aspetto interattivo; infatti il clinico oltre a somministrare i singoli test, costituisce l’elemento portante di una relazione che deve plasmarsi sui bisogni e sulle possibilità dell’altro.

Bisogna inoltre tener presente che quando si parla di clinica infantile, nessun procedimento è in se stesso normale o patologico.
Esso deve essere sempre inquadrato all’interno delle complesse dinamiche evolutive, della specificità di ciascun soggetto e deve essere visto in relazione alle possibili inferenze dell’ambiente, degli eventi e delle trasformazioni somatiche.
Si deve quindi tener sempre presente che ci si sta occupando di organizzazioni in continua trasformazione ed è pericoloso utilizzare categorie psicopatologiche predefinite o far riferimento a quelle nosografiche adulte per la spiegazione di alcuni fenomeni.

Ancora più difficile è fare una diagnosi nell’adolescente. Questi infatti si trova a vivere un periodo in cui deve de-strutturare e strutturare la sua identità. Egli si trova ad assistere a cambiamenti che non sa gestire, si pensi:
• alle modificazioni corporee
• alla perdita dei genitori infantili (egli esce dal confine familiare che non è più suo unico punto di riferimento ; siamo nella fase ipotetico-deduttiva di Piaget, in cui c’è confronto con altri punti di riferimento : amici, , professori, adulti, …)
• alla perdita dell’identità infantile (perdita di una serie di sentimenti a cui si sostituiscono nuovi sentimenti)

L’adolescente vive una fase simile a quella schizofrenica. Le sue difese, che potrebbero risultare patologiche in un adulto, appaiono necessarie per il suo equilibrio.

Differenze fra Diagnosi Psicologica e Diagnosi Psichiatrica

La Diagnosi Psicologica rispetto a quella Psichiatrica
• ha interesse prevalentemente per le parti sane
• si avvale di prove (i test)
• è di tipo qualitativo e non descrittivo (cerca cioè attraverso i test di stabilire i rapporti di forza all’interno della persona ; es. fra il pensiero razionale e quello affettivo, …)
• è più concentrata sulla prognosi (possibilità che quella persona ha di divenire)
• è attenta anche alla dimensione relazionale (tanto più andiamo indietro nella fase evolutiva, tanto più il test diventa un’occasione per creare un’interazione fra il bambino e lo psicologo ; il test diviene un gioco, l’area transizionale di Winnicott, che si trova fra la realtà e la fantasia, tra la realtà esterna del soggetto e la sua fantasia : secondo Winnicott un bambino che non sa giocare non ha acquisito la capacità di essere dentro e fuori, quindi lo scopo della terapia diviene quello di insegnargli a giocare [1]).

Differenza fra Diagnosi Psicologica e Diagnosi Grafologica

La differenza fra la diagnosi psicologica e quella grafologica consiste prevalentemente nell’importanza della dimensione relazionale della prima rispetto alla seconda.
Infatti lo psicologo lavora con la relazione : esiste un esaminatore ed un esecutore che interagiscono continuamente.

Gli strumenti diagnostici

I test sono gli strumenti utilizzati dallo psicologo per l’indagine psicologica.
Prevalentemente essi si dividono in :

1. test di Efficienza Intellettiva: che esplorano esclusivamente le funzioni intellettive dell’individuo ; fra le prova più utilizzate abbiamo le tre scale di Weschler, in cui l’Autore valuta il QI :
• la scala WAIS, per la valutazione dell’adulto
• la scala WISC-R, per la valutazione del bambino da 6 a 16 anni
• la WPPSI, per la valutazione dei bambini in età prescolare, da 4 a 6 anni
Le Scale Weschler comprendono prova verbali e di performance. Il QI totale viene ricavato dal confronto diretto dei risultati ottenuti al test dal soggetto, rispetto a quelli ottenuti dai soggetti appartenenti alla stessa classe di età.
Il limite di questo tipo di test è quello di essere stato costruito e standardizzato in un determinato contesto culturale, perciò non è possibile applicarli in tutti i contesti (es. tribù africane).

Esistono comunque strumenti definiti Culture Free, cioè liberi dall’influenza culturale ; fra questi ricordiamo le Matrici Progressive, strumento elaborato appositamente per esaminare la massima ampiezza delle abilità mentali e per essere applicabili a persone di ogni età indipendentemente dal livello di cultura. Questo reattivo si usa prevalentemente quando il paziente ha una bassa scolarità o non sa scrivere. Il soggetto viene invitato a scegliere, fra 4 disegni, quello che completa il modello presentato. Le difficoltà aumentano man mano che si procede nella prova.

2. test di Valori e Atteggiamenti: valutano il comportamento tipico di una persona, i suoi valori o i rapporti che ha con i vari membri della propria famiglia o nel contesto sociale.

3. test di Personalità: essi indagano sulla struttura della personalità, descrivono sintomi o tipi di comportamento. Si distinguono principalmente in:
• Questionari: costituiti da una serie di domande con risposte a scelta multipla o del tipo Vero o Falso. Possono essere raggruppati, a seconda del fine a cui tende il loro utilizzo, in due categorie :
? Questionari che indagano specifiche patologie della personalità che valutano una serie di sintomi o comportamenti necessari alla psicodiagnosi. Fra i test presentati ricordiamo l’MMPI (test descrittivo per determinare il livello di disturbi di tipo medico, psichiatrico e neurologico).
? Questionari che permettono un’indagine ampia sulla struttura della personalità del bambino e dell’adolescente.

• Proiettivi: sono un metodo d’indagine della personalità che si basa sulla teoria della proiezione che, pur differenziandosi nei vari Autori, definisce e spiega un fenomeno psichico dinamico che costringe una persona ad esprimere le proprie pulsioni interne su oggetti o altre persone della realtà esterna.

Le tecniche proiettive

I test proietti funzionano in base ad un meccanismo : l’identificazione – poiettiva.
Alla base di tale meccanismo esiste la scissione, difesa della posizione schizo-paranoide alle angosce psicotiche, la quale è, secondo la Klein, un meccanismo intrinsecamente relazionale.
Nei test proiettivi il soggetto è posto di fronte ad una situazione ambigua, a-strutturata, a cui dovrà rispondere secondo il significato che tale situazione ha per lui.
Il materiale può essere visivo, da manipolare o grafico.

I test proiettivi sono raggruppabili a seconda di come lo stimolo viene strutturato:

• nei metodi costitutivi (es. Rorchach) in cui il soggetto deve assegnare una struttura (reale o immaginaria) ad un materiale non strutturato o strutturato solo parzialmente. Tali metodi hanno indubbiamente una migliore validità diagnostica, ma lo psicologo o lo psicoterapeuta che li interpreta, deve avere una formazione precisa per il loro uso;

• nei metodi costruttivi (es. sceno-test) in cui il soggetto, avvalendosi di un materiale definito per forma e per grandezza, deve costruire un modello che abbia un significato compiuto. L’interpretazione si basa sul fatto che questo significato esprime i bisogni della personalità del soggetto;

• nei metodi interpretativi (es. TAT, Favole della Duss) che sono costituiti da stimoli che il soggetto deve elaborare, dando loro un significato che deve esprimere un continuum passato – presente – futuro, e che pertanto svela i suoi bisogni e carenze. L’interpretazione si basa su paradigmi sistematici.

Tipi di test proiettivi

Lo sceno-test

E’ un metodo d’indagine e di trattamento medico-psicologico che contribuisce alla comprensione dell’atteggiamento interiore che il soggetto ha verso il mondo degli uomini e delle cose, con particolare riferimento alla sua vita affettiva e agli elementi psichici profondi.
Tale prova presuppone che siano presi in considerazione elementi imposti in uno spazio definito e che siano organizzate risposte strettamente dipendenti dall’equipaggiamento percettivo, motorio e verbale, atte a riflettere l’organizzazione individuale della personalità.
Quindi lo sceno-test si presenta come uno strumento che contribuisce alla chiarificazione delle problematiche inconsce, delle strutture caratterologiche e dei nessi psicologici profondi dei disturbi psichici, ed è anche metodo di trattamento psicoterapeutico.
Il materiale standard è contenuto in una scatola, suddivisa in scomparti che permettono una chiara visuale di tutto il contenuto. La parte interna del coperchio, smontabile, costituisce la piattaforma unica su cui si svolge il gioco.
Il reattivo propone un materiale vario che comprende pupazzi flessibili di diverse dimensioni (8 adulti e 8 bambini), figure di animali (coccodrillo, gallina, cane, …) e di alberi, cubi ed altri elementi compatibili, oggetti di uso quotidiano (sedie, stoviglie, …), personaggi paraumani (gnomo, angelo, …).
Al bambino viene proposto di fare un gioco con degli elementi che sono nella valigetta ed il clinico funge da contenitore dell’eccitazione suscitata dall’esperienza ludica e da stimolatore e da sostenitore.
Il clinico si avvale di protocolli per raccogliere ed elaborare i dati dell’osservazione.
Tale test è particolarmente indicato per i bambini che mostrano difficoltà di linguaggio o bambini inibiti, che presentano delle problematiche particolari.

Il Test Patte-Noire (PN)

Tale test è stato creato da Corman per esplorare la personalità dei bambini e degli adolescenti.
Il suo vantaggio rispetto a prove simili (es. TAT) è che le situazioni-stimolo, comprendendo degli animali, permettono una migliore proiezione da parte del bambino. Il PN ha sempre lo stesso animale (un maialino) in tutte le tavole, cosa che facilita molto la proiezione e l’identificazione del bambino con il protagonista.
Esso è composto da 19 tavole, ciascuna rappresenta una scena, che ricoprono un largo ventaglio delle tendenze istintive, permettendo un’esplorazione completa della personalità.
L’originalità del metodo consiste nella totale libertà lasciata al soggetto di dare un sesso ed un’età agli animali presentati nelle immagini e di scegliere quali tavole desiderano descrivere : questa libertà offre i vantaggi di non provocare mai l’inibizione, il rifiuto di una tavola o dell’intero test e permette che la personalità del soggetto si manifesti senza distorsioni.
Il materiale è strutturato. Esso è interamente figurativo, senza zone d’ombra né imprecisioni, disegnato in nero su fondo bianco o in bianco su sfondo nero, così che la pregnanza tematica ne risulti molto marcata. L’analisi di ciascuna tavola comporterà un contenuto manifesto ed un contenuto latente.
I dati vengono raccolti in un protocollo, siglati ed interpretati

Il TAT (Test di Appercezione Tematica)

Questo è un test tematico, in cui il clinico è interessato soprattutto al contenuto dei pensieri espressi e alle fantasticherie del soggetto. Questo strumento permette infatti all’esaminatore di conoscere contemporaneamente emozioni, atteggiamenti e processi cognitivi del soggetto, fornendo un’analisi globale dell’intera personalità.
Il TAT consta di 20 immagini (vedi esempio in fig. 4) che il soggetto deve interpretare inventandoci sopra una storia e cercando di immaginare inoltre cosa è successo prima e cosa accadrà in seguito. L’ultima tavola è bianca : il soggetto deve qui inventare una storia a sua scelta
Le risposte riflettono i costrutti mentali, le esperienze, i conflitti ed i desideri di ognuno : essenzialmente la persona proietta se stessa nella situazione rappresentata, identificandosi con uno dei personaggi raffigurati.
L’interpretazione del clinico avviene prestando particolarmente attenzione ai temi presenti nelle storie inventate dal soggetto, che possono indicare un atteggiamento di rinuncia o di ansietà nei confronti di figure autoritarie dominanti, o altre preoccupazioni.

Il CAT (Test di Appercezione Tematica per Bambini)

Questo è un metodo proiettivo, discendente diretto del TAT, che indaga la personalità attraverso lo studio del significato dinamico delle differenze individuali nella percezione di stimoli standardizzati.
Esso è composto da 10 tavole, raffiguranti immagini che rappresentano degli animali in situazioni diverse. Lo scopo è di aiutare a comprendere i rapporti esistenti tra il bambino, i personaggi e le tendenze più importanti della sua vita.
Le immagini mirano ad ottenere delle risposte ai numerosi problemi di nutrizione e orali in generale, ad esplorare la rivalità esistente tra fratelli e sorelle, a spiegare l’atteggiamento del fanciullo circa i suoi familiari ed il mondo in cui li percepisce. Inoltre, cerca di scoprire i fantasmi del bambino rispetto all’aggressività, al modo con cui il mondo degli adulti lo accetta, ai timori di restare solo.
La somministrazione e la correzione del protocollo sono simili al TAT.
Rispetto al PN, nel CAT cambia la struttura del disegno, che appare più elaborato e di difficile identificazione con un personaggio preciso. Per queste caratteristiche si somministra ai bambini più grandicelli.
La figura è più chiaroscurata. Il chiaroscuro è uno stimolo di maggiore importanza per far emergere sentimenti ansie, angosce.

Il Rorchach

Il reattivo di Rorchach è il più strutturato che esista, ed è il metodo proiettivo più usato in psicologia e in psichiatria.
Esso è costituito da 10 tavole, su cui appaiono delle macchie simmetriche: alcune tavole sono in bianco e nero, altre bicromatiche con elementi rossi, le ultime sono colorate.
Questo test permette di conoscere le linee fondamentali del carattere del soggetto, di mettere in evidenza l’esistenza di turbamenti dell’affettività e spesso di comprendere anche la loro natura e la loro origine, di apprezzare l’intelligenza del soggetto più qualitativamente che quantitativamente e di riconoscere se i turbamenti affettivi influiscono, e in quale misura, sullo sviluppo mentale e sul comportamento.

I Test Grafici

Il test della Figura Umana (test di Machover)

Gli studi sul disegno infantile, sviluppatisi soprattutto dall’inizio del XX sec., hanno permesso di arrivare ad alcune conclusioni generali :
1. vi è sicuramente una correlazione tra l’evoluzione del disegno infantile e lo sviluppo mentale del bambino,
2. fino ad una certa età, il bambino, anche quando copia un modello, disegna ciò che sa e non ciò che vede,
3. fino all’età di 10 anni il disegno spontaneo eseguito di preferenza è l’immagine della figura umana,
4. l’evoluzione del disegno della figura umana è costante anche in bambini appartenenti ad ambienti socioculturali diversi, soprattutto per quanto riguarda l’apparizione di determinati dettagli. Tale evoluzione si articola, schematicamente, nelle seguenti fasi :
• Prime prove di rappresentazione (linee incoerenti, scarabocchi), 3-4 anni
• Stadio dell’omino testone, raffigurato cioè con una grossa testa e con gambe e braccia a un solo tratto attaccate alla testa
• stadio di transizione con aumento progressivo di dettagli [2]
• Rappresentazione completa del corpo umano visto di faccia
• Stadio di transizione tra la rappresentazione di faccia e quella di profilo
• Rappresentazione di profilo, verso gli 8-9 anni (caratteristica prevalente dei disegni pre-adolescenziali e adolescenziali) [3]
5. i disegni dei bambini deboli di mente sono simili ai disegni dei bambini normali di età cronologica inferiore, ma vi sono in più alcune differenze qualitative, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra le varie parti del disegno.
Gli psicologi partono dall’assunto che il disegno della figura umana sia la proiezione dell’immagine del proprio corpo o meglio, l’immagine soggettiva del proprio Io. In altri termini la persona che viene disegnata non è altro che il disegnatore stesso, prova ne sia il fatto che nella maggior parte dei casi, la prima figura disegnata è una persona di sesso, età approssimativa, razza, tipo fisico corrispondenti al soggetto. Se ciò non avviene, il significato generale è che vi sono delle difficoltà di identificazione.

Il test della Famiglia

Il primo ambiente sociale e affettivo con cui viene a contatto un bambino è la sua famiglia. Il modo in cui egli vive i suoi rapporti affettivi con i familiari ha un’importanza fondamentale sulla formazione della sua personalità.
Per esplorare come siano effettivamente percepiti da un bambino questi rapporti affettivi, quali siano i reali sentimenti che egli prova verso i familiari, non sempre il colloquio è sufficiente.
Inoltre non sempre i reali sentimenti vissuti verso un familiare sono consci. Un conflitto edipico o un sentimento di forte rivalità fraterna possono essere inconsci.
Per conoscere quali sono i veri sentimenti che un bambino vive verso i familiari, lo psicologo dispone di un metodo semplice, rapido e generalmente ben accetto al bambino : chiedergli di disegnare la famiglia.
Mentre disegna, il bambino, preso dal piacere di rappresentare, si controlla assai meno che nel colloquio e proietta senza rendersene conto sentimenti, desideri, conflitti, atteggiamenti.
Lo psicologo si posiziona vicino al bambino e l’osserva mentre disegna, poiché è importante notare l’ordine in cui i vari personaggi della famiglia vengono disegnati.
Quando il bambino ha finito si chiede di indicare l’identità e il ruolo delle persone disegnate, facendo scrivere il nome sotto ciascuno.
Seguono alcune domande :
<<Chi è il più buono?>>
<<Chi è il meno buono?>>
<<Chi è il più felice?>>
<<Chi è il meno felice?>>
<<Chi preferisci?>>
<<Se tu facessi parte di questa famiglia, chi vorresti essere?>>

L’interpretazione viene fatta a tre livelli :
1. livello grafico
2. livello formale
3. livello del contenuto

OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

E’ bene ricordare che i test, presi singolarmente, non danno la possibilità di fare una diagnosi, ma è necessaria una batteria di test assieme ad una serie di osservazioni ed interazioni per capire il continuo divenire del bambino.
Bisogna non solo sondare la sua interiorità, ma è necessario anche effettuare una valutazione del suo livello cognitivo.
E’ perciò importante per lo psicologo, più che valutare il problema, analizzare
• le difese che il bambino può utilizzare per combattere le angosce,
• le sue potenzialità di recupero,
• le energie adottate
Non serve quindi esprimere un giudizio.

Dr.ssa Lorita Tinelli ©

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 26 gennaio 2011 in Studi

 

Tag: , , ,

Le sette: problemi terminologici

Il termine sètta, derivante dal latino sequor con il significato di ‘seguire’, è stato solo in seguito collegato all’idea di ‘separazione’ (dal verbo secare, tagliare).
Giovanni Filoramo, studioso di Storia delle Religioni e autore di numerosi articoli e saggi sul mondo gnostico, infatti, attribuisce questo uso del termine al sociologo Max Weber (1864-1920) e successivamente a Ernst Troeltsh (1865-1923) i quali lo utilizzarono in contrapposizione alla categoria di ‘chiesa’ (Giovanni Filoramo, I nuovi movimenti religiosi.Metamorfosi del sacro, Laterza, Bari, 1986, pp 16-20).
Le sette, secondo questa accezione, risultano essere delle ‘unità sociologiche’ caratterizzate da un numero limitato di aderenti, soprattutto appartenenti alle classi meno abbienti della popolazione.

Tali ‘cellule’, sorte per lo più nel periodo della Riforma, si contrapponevano, dal punto di vista dottrinale, culturale e organizzativo all’Istituzione ecclesiastica.
Filoramo sostiene che, essendo il termine legato a tale contesto religioso, risulta difficile estenderlo a contesti religiosi non cristiani, perchè è fuorviante nello spiegare le nuove forme di religiosità, provenienti soprattutto dall’Oriente.
A tal fine è stato utilizzato quello di culto (dall’inglese ‘cult‘) che designa proprio quei movimenti di origine non cristiana, sia orientale sia occidentale, che non possiedono un sistema fisso di credenze e in cui la religiosità del singolo si alimenta dal rapporto privilegiato con un leader carismatico.
I termini setta o culto, spesso utilizzati indistintamente, hanno acquisito, col tempo, una valenza negativa (questo è stato soprattutto evidenziato dal Rapporto Provvisorio Vaticano, Il fenomeno delle sette o movimenti religiosi; una sfida pastorale, reso pubblico nel Maggio 1986), perciò ultimamente si è ritenuto più corretto riferirsi a un termine, non altrettanto esaustivo, bensì più neutro, quale nuovi movimenti religiosi.

Nonostante l’interminabile querelle terminologica, il fenomeno resta estremamente complesso e spesso ancora oscuro perfino agli addetti ai lavori. Motivi gnostici, messianici, occultistici s’inttrecciano nelle nuove forme di culto costituendo un universo eterogeneo e di difficile categorizzazione (da Cecilia Gatto Trocchi, Le sette in Italia, Tascabili Economici Newton, Roma, 1994, 13).
Pertanto è possibile considerare le nuove forme religiose settarie nella misura in cui si autopropongono come unico mezzo di salvezza e unica fonte di verità, incentivando un apostolato aggressivo al fine di salvare il resto del mondo che vive l’errore. In questo senso essi denotano la tendenza a non integrarsi nella società più allargata proponendosi come cultura alternativa.

Tinelli Lorita
Da Mutamenti psicologici nel processo di affiliazione ad una setta (Tesi di laurea anno accademico 1994/1995)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 20 marzo 2010 in Studi

 

Tag: , , , , , , ,

Dipendenza psicologica nelle sette distruttive

Steven Arterburn nel libro ‘Toxic Faith’ (Fede Tossica), evidenzia le caratteristiche patologiche di una fede che portano ad una adesione incondizionata e ad una sorta di dipendenza psicologica del neofita e poi  adepto.
Egli suddivide il percorso in una serie di fasi e chiama il neofito ‘dipendente’, riferendosi quindi ad una persona che ha già di per sé caratteristiche di predisposizione a relazioni di dipendenza.

Prima fase

1. il dipendente è generalmente stressato. Lo stress in aumento impedisce un lucido giudizio e non favorisce di analizzare con tranquillità i segnali di allarme di una ‘fede tossica’.
2. il soggetto riceve delusioni continue, convinzioni che nulla vada bene. Quindi si pone alla ricerca di facili e subitanee soluzioni ad ideali finti.
3. Il dipendente si guarda intorno e cerca aiuto e non ne trova.

4. Vive sentimenti di fallimento, di incapacità. Il dipendente crede che la vita non sia vivibile. Non c’è posto per lui al mondo.
5. Spera che una forza al di sopra di lui possa aiutarlo.
6. Vive un senso di solitudine. Ogni attenzione da parte di chicchessia è benvenuta.
7. Spera che qualcuno si occupi delle sue problematiche. C’è un forte bisogno di salvezza.
8. Aumentano in lui dubbi su Dio. C’è Dio? Perché non si occupa di me?
9. Il dipendente si apre alle novità della fede tradizionale.
10. Aumenta la sua dipendenza dagli altri. La compagnia di altri dipendenti apre la strada a pensieri deludenti e ad un mondo di esistenza ideale, non reale
11. Nascono i sentimenti di colpa. Non si può far nulla per superare questi sentimenti di colpa.
12. Senso di instabilità. Un terribile disastro sembra essere alle porte, ed ogni cosa sembra essere un potenziale segno di un destino amaro.
13. Il dipendente crede che aprendosi ad una nuova strada risolverà facilmente i suoi problemi. Complica invece le cose.

14. Perdita di interessi. Famiglia, amici, attività varie sono rimpiazzate da altre attività suggerite da altri di fede tossica.
15. Il dipendente è abbandonato da amici e parenti. La condotta non molto lineare e comprensibile del dipendente fa sì che gli altri lo allontanino.
16. Cattiva voglia a discutere i problemi. Il dipendente diventa inavvicinabile a causa della sua condotta fuori controllo.
17. I suoi discorsi sono sempre a senso unico. Ordini, idee fisse, giudizi perentori riempiono il discorso del dipendente tossico. La conversazione cessa perché il dipendente fa noiosamente ricorso alla Bibbia o a frasi fatte.
18. Ci si attacca al maniaco religioso che conforta e permette di ripetere gli stessi slogans.
19. Inizia l’affiliazione alla religione tossica. Prime esperienze nella fede tossica. La vita di gruppo cambia immediatamente l’umore.
20. L’attrazione cresce. Ogni nuova adunanza, persona ed esperienza, attirano al gruppo dalla fede tossica.
21. Frequenza smoderata alle adunanze del gruppo tossico. L’adunanza è mezzo per evadere dai problemi e per divenire un numero di un gruppo che non ha nulla a che vedere con la vera fede.
22. Conformità agli altri dipendenti religiosi. Il nuovo dipendente comincia a comportarsi, a vestire, a parlare il linguaggio stereotipato del gruppo.

23. Assenza di relazioni intime. Viene sacrificata la vera amicizia con gli amici e parenti a motivo della fede tossica.
24. Maggiori sacrifici e maggiore discolpa di sé. La persona diviene cieca ai problemi e giustifica il suo comportamento.
25. La Bibbia o l’ideologia del gruppo sono un’arma per difendersi. Versi sono sciorinati in abbondanza e senza capo né coda per giustificare il proprio stato tossico.

Fase media della mania religiosa
1. il dipendente è ormai immerso nel sistema. Diventa membro attivo. Si identifica completamente col gruppo
2. conosce e pratica la propaganda del gruppo. Impara a memoria versetti biblici e citazioni chiave del giornale del gruppo.
3. il dipendente risponde con tracotanza a chi si oppone alla sua propaganda
4. da’ al gruppo offerte esorbitanti rispetto alle sue condizioni. Si sacrificano urgenti bisogni in famiglia pur di portare soldi alla setta, essere notato, salire in quotazione
5. i contatti con gli altri sono ristretti a quelli della propaganda. Ci si associa solo con gli altri settari.
6. comincia la fase del reclutamento. Portare altri alla fede tossica.
7. la nuova esperienza religiosa mitiga le proprie pene.se la religione guarisce, bisogna immergersi nella religione sempre di più.
8. da questo intenso coinvolgimento si attende l’estasi ed i miracoli. Cominciano le prime delusioni
9. si aspira ad una catarsi emotiva che porta sollievo. Quando il sollievo stenta a venire il dipendente comincia a cercare altre forme di sollievo.
10. le dipendenze aumentano. Si ricorre al cibo, alle bevande, ad illeciti rapporti sessuali.
11. ogni aspetto della vita è ormai dominato dalla fede tossica
12. si crede di essere dotati di autentici doni spirituali.
13. si crede di appartenere ad una classe privilegiata
14. coinvolgimento per sopravvivere. Il maniaco religioso ormai è intrappolato nel sistema così da non avere altra scelta: o conformarsi o rischiare il totale cambiamento mentale. Per sopravvivere il maniaco è completamente dipendente dal sistema.
15. immersione e dedizione piena. Incapacità di capire il prezzo che si paga per il pensiero magico della setta; il maniaco rifiuta di guardare in faccia alla realtà di questa fede tossica che lo sta distruggendo.

Terza fase della fede tossica

1. disperazione. Il maniaco si accorge che la nuova fede non gli da’ sollievo sperato
2. comportamento errato. Pur sapendo che qualcosa è sbagliato, per non cambiare credenze, il maniaco cambia atteggiamenti.
3. Risentimento e rabbia. Mentre crolla il suo mondo, l’ormai dipendente si accusa di tutto e tutti ed ogni cosa è fonte di rabbia.
4. Ossessione delle credenze. E’ un continuo chiedersi che c’è di sbagliato nella fede. Il maniaco chiede, pondera, cerca, ma fa fatica a concentrsi.
5. Profonda depressione. Il crollo delle credenze cancella ogni capacità di funzionamento dei propri processi logici.
6. deterioramento fisico. stress, ansia, depressione si evidenziano sempre più. Il soggetto si affatica facilmente, non ha più appetito, sta male fisicamente.
7. persa la fede tutto è perso. non si fa altro che riflettere sui propri errori.
8. In cerca di un altro appoggio: cibo, droga, intensa attività sessuale.
9. Paura. L’esprienza di una maggiore insicurezza porta alla paura di tutto e tutti. Ogni persona è una minacciaIl soggetto ha paura sia di restare nella fede tossica sia di uscire.
10. Collasso finanziario.
11. I rapporti in famiglia sono deteriorati. Stress e sfiducia distruggono tutte le relazioni.
12. Qualche volta i crede che il suicidio possa essere una valida soluzione.
13. Per tornare a vivere occorre spogliarsi di tutto questo controllo
mentale ed esistenziale di cui si è stati vittima.
14. Tornare indietro al punto di partenza e imboccare la strada giusta è
penoso, ma non impossibile.

Da ‘Toxic Faith’, pp.139-157 di Steven Arterburn

A cura di Lorita Tinelli

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 marzo 2010 in Studi

 

Tag: , , , , , , ,

La sindrome di alienazione genitoriale

Lo psicologo Richard Gadner (1985; 1987; 1989; 1992) definisce la sindrome di alienazione genitoriale (Parental Alienation Sindrome – PAS) come il comportamento di uno o più figli che nel contesto del conflitto intergenitoriale, diventa ipercritico e denigratore nei confronti di uno dei due genitori, perché l’altro lo ha influenzato in questo senso, indottrinandolo adeguatamente [1]
.
Alcuni autori (Clawar, Rivlin, 1991) parlano di bambini programmati ai quali è praticato il lavaggio del cervello .

Nell’ambito familiare è normale che si vengano a stabilire alleanze particolari e collusive fra i diversi attori delle relazioni.
E’altrettanto frequente che in casi di conflitto intra e interfamiliare, legati ad esperienze di separazione, le alleanze collusive siano ancora più evidenti e sono funzionali a sostenere, influenzare, ricattare, ostacolare, riavvicinare i vari membri della famiglia.

La sindrome di alienazione genitoriale si distingue dalle normali dinamiche relazionali per delle caratteristiche peculiari:
1. il figlio cambia atteggiamento dopo l’affidamento provvisorio e senza una ragione plausibile
2. le critiche/accuse all’altro genitore appaiono inconsistenti, esagerate, contraddittorie o contraddette dai fatti
3. le critiche/accuse appaiono stereotipate, prive di dettagli e copia-carbone del pensiero di uno dei genitori
4. le critiche/accuse sono estranee all’ambito di esperienza di un bambino
5. la formulazione di critiche/accuse contiene informazioni che solo l’altro genitore può aver fornito
6. il bambino vive ansia e paura nell’incontrare l’altro genitore in assenza di ragioni concrete
7. il bambino si preoccupa di tutelare, senza una ragione specifica, un genitore rispetto all’altro
8. mostrerà inoltre un certo legame a favore dell’eventuale nuovo compagno del genitore rispetto all’altro genitore biologico
9. si ravvisa la presenza di razzismo familiare (‘noi siamo brava gente, mentre tuo padre ‘)
10. si ritiene che un genitore sia solo vittima, mentre l’altro è colpevole o responsabile con una visiona manichea e senza sfumature [2] .
Il genitore può indurre tutto ciò nel figlio secondo un programma più o meno consapevole, che presenta comunque delle strategie di indottrinamento, che possono essere dirette o indirette e che non sempre sono direttamente riconoscibili.
Particolarmente importanti sono le tecniche indirette che solitamente incidono più sottilmente sull’opinione e sul comportamento del bambino. Esse fanno leva sulle emozioni e sul suo senso di lealtà.

Esempi di stratagemmi sono:
1. raccontare aneddoti in cui l’altro genitore risulta in una veste compromessa
2. esagerare il proprio ruolo di educatore e sminuendo quello dell’altro
3. soddisfare i desideri del figlio che l’altro limita o disapprova
4. mostrare gusti e opinioni diametralmente opposti a quelli dell’altro genitore
5. ‘sgenitorializzare’l’altro genitore per esempio chiamandolo col proprio nome e non
con l’appellativo ‘papà’o ‘mamma’
6. metacomunicare in modo paradossale sull’altro genitore (‘ci sarebbero molte cose
da dire su tuo padre ma io sono buona e non dico nulla’)
7. creare doppi legami che confondono il bambino e lo rendono facilmente
suggestionabile
8. mistificare le impressioni e i sentimenti del figlio
9. chiedere continuamente al figlio cosa ne pensa dell’altro genitore, costringendolo a
prendere posizioni, e premiarlo o punirlo a seconda delle sue risposte, reinterpretare la realtà secondo le caratteristiche del genitore che agisce su di lui.

Il bambino non sempre è cosciente del ruolo ascrittogli.
La letteratura sul tema riporta le caratteristiche psicologiche e comportamentali del genitore bersaglio che faciliterebbe l’instaurarsi della PAS (Wakefield, Underwager, 1990; Rand, 1997b):
1. sesso: in due terzi dei casi il genitore bersaglio è il padre, che ha maggiori probabilità di essere vittima della PAS, specie quando viene accusato falsamente di abuso sessuale
2. responsabilità del fallimento del matrimonio: viene spesso preso di mira il genitore responsabile della separazione

3. distanza emotiva dai figli: diviene bersaglio il genitore che ha un atteggiamento distaccato nei confronti dei figli o che è spesso fuori casa, tanto che ha meno probabilità di recepire immediatamente la situazione, e quando reagisce viene percepito negativamente dai figli che si schierano col genitore più presente
4. atteggiamento verso la situazione: il genitore che reagisce con minor risolutezza nei confronti della separazione e dell’affidamento, è più probabile che diventi bersaglio.

In questo caso mostrerà anche atteggiamenti di aggressività e sarà più semplice attribuirgli la responsabilità della causa del conflitto.

 

Particolari situazioni inducenti la PAS
Un ruolo altrettanto importante nell’instaurarsi della PAS è rivestito dalle terze persone, che entrano a far parte della disputa per l’affidamento dei figli (altri membri della famiglia, amici, vicini, nuovi partners, ).
In particolare la letteratura ha evidenziato casi di PAS indotta attraverso l’appartenenza del genitore alienante e/o del suo nuovo partner a svariati tipi di culto, che possono ruotare intorno ad un tema religioso o ideologico qualsiasi.
Per esempio la presenza di un leader carismatico o di un comitato direttivo di un culto, che controllano i membri del proprio gruppo in maniera precisa e utilizzano tecniche di indottrinamento sistematiche e di allontanamento dei propri adepti dal resto del mondo possono agire per l’instaurarsi della PAS.
La gente che si separa è molto vulnerabile, pertanto risente maggiormente
dell’atteggiamento del gruppo di appartenenza, specie se questo induce una visione manichea della vita e riconosce e rinforza la ‘rettitudine’dell’individuo coinvolto nell’esperienza.
Allo stesso modo il gruppo, specie se agisce come sistema totalitario e totalizzante ha un’influenza notevole anche sui figli dei propri adepti che si stanno separando agendo su di loro, specie se sono più piccoli e non possiedono ancora una sufficiente autonomia di pensiero (Greene, 1989; Singer, Lalich, 1995).
In un brano tratto dal libro Cult in Our Mids, di Margaret Thaler Singer, con la collaborazione di Janja Lalich, pubblicato nel 1995 da Jossey-Bass Publisher, ISBN 0-7879-0266-7, l’autrice evidenzia come certi gruppi agiscono sui giovani anche con metodologie dirette:

Le sette mettono poi i membri contro la famiglia di origine usando una pletora di ragioni logiche studiate per adattarsi all’ideologia del gruppo. Una setta politica, ad esempio, ‘testa’i giovani neofiti spingendoli a mentire deliberatamente ai genitori, e nel momento della telefonata un dirigente sta vicino per controllare. Si tratta del primo gradino per separare i neofiti dalla famiglia, e per addestrarli a seguire ordini irrazionali. Le sette di psicoterapia e auto-miglioramento sono note in modo particolare per portare i membri a rivisitare le loro storie personali e, soprattutto, a considerare i genitori come malvagi e non più degni di fiducia. Similmente, come ho già detto, le sette religiose addestrano i membri a considerare gli esterni, anche parenti stretti, come satanici e ad evitarli ad ogni costo. (Capitolo 4, traduzione Martini)

Un esempio particolare di induzione della PAS tra i Testimoni di Geova Molto spesso mi è capitato di intervenire come Consulente Tecnico, in casi di separazione tra un coniuge Testimone di Geova e l’altro no, che vedevano come oggetto di contesa qualche minore.
In tutti i casi era evidente l’attuarsi di una PAS da parte del genitore geovista, sostenuta e in qualche modo iniziata dallo stesso gruppo di appartenenza.
Un esempio abbastanza eloquente di quanto è stato sopra affermato, ci vien dato da un brano tratto dalla Torre di Guardia del 1/11/1998, p. 28, in cui il Corpo Direttivo offre disposizioni sulle strategie da adottare , dopo una separazione da un coniuge incredulo (il significato gergale di questo termine è un coniuge che non aderisce alla ideologia di gruppo), per evitare che il figlio venga influenzato da quest’ultimo:
Spesso il Magistrato concede al genitore che non ha ottenuto l’affidamento del figlio la facoltà di andargli a far visita. (…) E se il genitore non credente cerca di annullare gli effetti dell’educazione impartita nel timore di Dio?
Il segreto sta nel prepararsi prima delle visite! Una madre cristiana, il cui ex marito era diventato apostata, riferisce: Prima della visita, consideravo con i bambini cosa ne avrebbe pensato Geova del loro comportamento. Li ponevo di fronte alle situazioni che avrebbero incontrato. Dicevo loro: ‘Se vostro padre dirà così e così, come
risponderete?’.
Un’altra cristiana da cui il marito divorziò perché era diventata Testimone aggiunge:
Prima che [i miei due figli adolescenti] si rechino dal padre durante il fine settimana, preghiamo Geova chiedendogli di star loro vicino e di aiutarli a dare testimonianza al padre, soprattutto mediante una condotta eccellente?.
Un genitore non credente a cui è stata concessa la facoltà di visitare il figlio potrebbe cercare di lusingarlo con ricchi doni, svaghi costosi e altre cose belle. Iochebed, madre di Mosè (e Aram se era ancora in vita) sapeva a cosa sarebbe andato incontro il figlio quando sarebbe stato riconsegnato alla figlia di Faraone. Perciò si darà da fare per formare il suo senso dei valori finchè era con lei. (Esodo 2:1 &quot; 10) Pur di fronte agli allettanti ‘tesori d’Egitto’, Mosè preferì seguire i principi santi. Stimò? i suoi privilegi spirituali come vere e proprie ricchezze! (Ebrei 11:23- 26) Similmente, i genitori cristiani dovrebbero preparare i propri figli ad opporsi a simili allettamenti esaminando con loro informazioni scritturali che pongano l’accento sui tesori spirituali. Spesso i figli
capiscono le basse motivazioni che inducono un genitore a cercare di comprare il loro affetto. &quot; Proverbi 15:16, 17.
In qualche caso estremo la visita potrebbe costituire un grave pericolo per il figlio. In tali circostanze il genitore dovrà decidere il da farsì, esaminando in preghiera fino a che punto è grave il pericolo, quali strumenti legali ha a disposizione e le possibili conseguenze derivanti dal rifiutarsi di rispettare la facoltà di visita. Evitate di agire con
precipitazione, perché potreste gettare dubbi sulle vostre capacità di assolvere il ruolo di
genitore.  Galati 6:5; Romani 13:1; Atti 5:29; I Pietro 2:19,20.

Insomma è possibile rilevare in questo brano tutti gli elementi dell’instaurarsi di una PAS:
1) la presunzione di essere migliori dell’altro genitore, con la visione di quest’ultimo come di un essere pericoloso per il proprio figlio
2) un gruppo con appositi consigli supportati ad hoc dalle Scritture
3) alcune storie di vite che vanno a rafforzare la presa di posizione del genitore manipolante
4) precise istruzioni su come agire anche avvalendosi della legge per allontanare il figlio dall’altro genitore

Di Lorita Tinelli ©

[1] Guglielmo Gulotta, Quaderno Quattro, Istituto degli Innocenti, Firenze, p. 27
[2] Guglielmo Gulotta, Quaderno Quattro, p. 30

 

 

 

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 17 luglio 2005 in Studi

 

Tag: , , , ,

 
controllomentale

A cura di Lorita Tinelli