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Archivi categoria: Articoli di Criminologia e Criminalistica

In questa sezione sono inserite le ricerche e gli articoli in campo criminologico, realizzati di volta in volta

La violenza in TV

 Uno studio degli Psicologi Americani ha evidenziato che la violenza in TV e in diversi  Video Game possono procurare effetti dannosi sui minori.
Dalle prime ricerche che l’APA, l’Associazione degli Psicologi Americani,  rende note nel novembre scorso, si evidenziano effetti di destabilizzazione e una potenziale aggressività identiche sia per coloro che sono sottoposti ad immagini violente in TV sia per coloro che usano giocare a videogiochi violenti.
Fin dagli albori della televisione  i genitori, gli insegnanti, i legislatori e i professionisti della salute mentale hanno voluto capire l’impatto dei programmi televisivi in particolare sui bambini.
Particolarmente interessante è stata la rappresentazione della violenza, soprattutto in considerazione del lavoro dello psicologo Albert Bandura, nel 1970, sull’apprendimento sociale e sula tendenza dei bambini a imitare ciò che vedono.
Nel 1969 fu costituito in America un comitato scientifico per la valutazione dell’impatto che la televisione avesse sul comportamento sociale, soprattutto ci si chiedeva quanto incidesse la violenza cui si assisteva, sugli atteggiamenti, valori e comportamenti degli spettatori.
La relazione finale e una relazione di follow-up del 1982 del National Institute of Mental Health hanno identificato questi importanti effetti sui bambini:

1) possono diventare meno sensibili al dolore e alla sofferenza degli altri
2)  possono essere più timorosi del mondo che li circonda
3)  possono essere più propensi a comportarsi in modi aggressivi o pericolosi verso gli altri

Una ricerca di psicologi, tra cui  L. Rowell Huesmann, Leonard Eron e altri, a partire dal 1980 ha evidenziato che i bambini che hanno assistito per molte ore a scene di  violenza in televisione quando erano nella scuola elementare, tendevano a mostrare livelli più elevati di comportamento aggressivo quando diventavano adolescenti. Osservando questi partecipanti in età adulta, Huesmann e Eron hanno scoperto che quelli che avevano guardato un sacco di violenza in TV quando avevano 8 anni avevano più probabilità di essere arrestati e processati per atti criminali da adulti.
Tuttavia, in seguito la ricerca degli psicologi Douglas Gentile e Brad Bushman  ed gli altri  ha evidenziato che l’esposizione alla violenza nei media è solo uno dei numerosi fattori che possono contribuire al comportamento aggressivo.

Altre ricerche hanno trovato che l’esposizione alla violenza nei media può desensibilizzare le persone alla violenza nel mondo reale e,  alcune persone,  considerano addirittua  piacevole la violenza nei media,  che finisce per non comportare più  l’eccitazione ansiosa che ci si aspetterebbe di vedere dinnanzi a questo tipo di immagini.

L’avvento dei videogiochi, d’altronde,  ha sollevato nuove questioni circa l’impatto potenziale di violenza dei media, visto che il giocatore di videogiochi è un partecipante attivo  piuttosto che un semplice spettatore.
Il sette per cento degli adolescenti americani di età 12-17 usa abitualmente i video giochi  su un computer, su console come il Wii , Playstation e Xbox , o su dispositivi portatili come Gameboy , smartphone e tablet .
Molti dei videogiochi più popolari, come “Call of Duty ” e ” Grand Theft Auto” sono violenti, tuttavia, visto che  la tecnologia dei videogiochi è relativamente nuova, ci sono meno studi empirici sulla correlazione della violenza dei videogiochi rispetto ad altre forme di violenza nei media. Eppure diverse recensioni  hanno riportato effetti negativi dell’esposizione alla violenza nei videogiochi.
Nel  2010 una ricerca  dello psicologo Craig A. Anderson e altri, ha concluso che “l’evidenza suggerisce fortemente che l’esposizione a videogiochi violenti è un fattore di rischio causale per un maggiore comportamento aggressivo”.  Anderson in precedenti ricerche ha mostrato che i videogiochi violenti possono aumentare i pensieri di una persona aggressiva , i sentimenti e comportamenti, sia in ambienti di laboratorio che nella vita quotidiana.

Altri ricercatori , tra cui lo psicologo Christopher J. Ferguson , hanno contestato la posizione che la violenza dei videogiochi danneggia i bambini . Nonostante  i suoi studi del  2009 abbiano riportato risultati simili a Anderson, Ferguson sostiene che i risultati di laboratorio non sono traducibili  nel mondo reale in effetti significativi. Egli sostiene inoltre che gran parte della ricerca sulla violenza dei videogiochi non è riuscita a controllare  altre variabili quali la salute mentale e della vita familiare , che possono aver influenzato i risultati. Il suo lavoro ha scoperto che i bambini che sono già a rischio possono essere più propensi a scegliere videogiochi violenti per divertirsi.  Secondo Ferguson  questi altri fattori di rischio, a differenza dei giochi, causano un comportamento aggressivo e violento.

L’American Psychological Association ha avviato un’analisi nel 2013 della ricerca peer-reviewed sull’impatto della violenza nei media e sta riesaminando le sue dichiarazioni programmatiche sull’argomento . Entrambi  dovrebbe essere completati nel 2014.(1)

Che il tema in America sia molto sentito è dimostrato dal fatto che nel 2013 lo stesso Barack Obama, durante una conferenza in ricordo della strage di Newton, abbia annunciato di aver destinato  un “fondo per la ricerca degli effetti dei videogiochi violenti sulle giovani menti“.  “Il nostro primo compito come società è tenere al sicuro i nostri figli.” ha affermato Obama.
In Italia diversi organismi di ricerca, pubblici e privati hanno dedicato attenzione alla tematica. Un’indagine del 2011 dell’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO) condotta su 1.414 studenti della Capitale dai 10 ai 19 anni ha evidenziato che l 75% degli adolescenti italiani gioca ai videogiochi on line e nel 40% dei casi lo fa da solo contro il computer, oppure contro persone conosciute in rete (l’11%).  Interrogandosi  su quanto i videogiochi possano influenzare gli aspetti cognitivi ed emotivi dei minori l’IdO ha evidenziato che essi da una parte  offrono la possibilità di mettere in connessione persone in tutto il mondo, e misurarsi con il concetto di sfida e superamento degli ostacoli, ma dall’altra rischiano di diventare una modalità per isolarsi dalla relazione (2).
Sempre secondo l’IdO i giovani appaiono consapevoli di questi rischi e sanno anche che non tutti i giochi sono positivi per la loro crescita. Di fatto sette studenti su dieci considerano i contenuti dei videogiochi non adatti alla loro età.  Dalla ricerca quindi emerge che i giovani fruitori dei videogiochi sono informati e responsabilizzati e sanno esprimere un giudizio serio sul tema.
Nel frattempo il 7 maggio di quest’anno scienziati, pediatri, clinici e sostenitori della lotta alla violenza si sono riuniti a a Vancouver (Canada), per il meeting annuale Pas-Pediatric Academic Societies, al fine di approfondire l’argomento.  Secondo tali studiosi ‘violenza chiama violenza, anche quando all’aggressività si assiste attraverso lo schermo in un cinema, della tv o di un videogioco” (3).

Certo l’argomento presenta ancora tanti punti da approfondire e tanti interrogativi cui rispondere. Mi piace concludere l’articolo con  il quesito che si pone  di George Carlin (4): “Si fa un gran parlare della violenza in televisione che genera a sua volta violenza nelle strade. Beh!, i programmi comici si sprecano in TV: il che provoca forse un aumento della comicità per le strade?”

Note:

di Lorita Tinelli

Fonte: Osservatorio di Psicologia nei Media

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Le prepotenze on line: il cyberbullismo

Dall’OSSERVATORIO PSICOLOGIA NEI MEDIA

SEGNALAZIONE

Qualche mese fa tutti i giornali ci hanno riportato la vicenda di un ragazzo suicidatosi a seguito di probabili azioni di molestie da parte dei suoi coetanei. Si parlava di una pagina aperta su facebook in cui i compagni di classe, usando nick anonimi, prendevano in giro il ragazzo. Successivamente un articolo del Corriere spiegava la pericolosità di questa nuova forma di bullismo. L’uso di internet rende ancora più pericolosa questa azione molesta? E perchè?

ARTICOLI ORIGINALI

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2012/11/22/APSzHs0D-deriso_suicida_facebook.shtml

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2012/11/23/APcrIL1D-ragazzo_suicida_giustizia.shtml

http://27esimaora.corriere.it/articolo/cyberworld-e-il-cyberbullismo2dove-si nascondono-le-insidie-e-i-rischi/

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI

Un guru, una volta, stava tentando di spiegare a un gran numero di persone il modo in cui gli esseri umani reagiscono alle parole, si nutrono di parole piuttosto che di realtà.
Uno degli uomini si alzò e protestò, dicendo: “Non sono d’accordo sul fatto che le parole abbiano un effetto di questa portata su di noi”.
Il guru rispose: “Siediti, figlio di puttana”.
 L’uomo divenne livido di rabbia e disse: Tu ti definisci una persona illuminata, un guru, un maestro, ma dovresti vergognarti di te stesso.
 Il guru allora riprese: “Perdonami, mi sono lasciato trasportare. Non volevo. Chiedo scusa”.
 L’uomo si calmò.
Allora il guru disse all’uomo: “Sono bastate poche parole per scatenare una tempesta dentro di te; e ne sono bastate poche altre per farti calmare nuovamente, non è vero?”
Antony deMello, Dove non osano i Polli

La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica.
Martin Luther King

 

Nel mese di novembre 2012 la notizia del suicidio di un quindicenne romano ha sconvolto l’opinione pubblica, portando tutti a riflettere sugli effetti di certe azioni persistenti e aggressive consumate in un nuovo spazio pubblico: il web.

Uno degli articoli del Secolo XIX intitolava così il resoconto della triste vicenda: “Deriso su Facebook, suicida a 15 anni”. Il quindicenne suicida pare fosse divenuto bersaglio di  un gruppo di compagni che, attraverso l’apertura di una pagina su Facebook, avevano creato un falso profilo con il nome volutamente storpiato del ragazzo, con l’uso di foto ritoccate e con continui messaggi di presa in giro. L’azione vessatoria sarebbe continuata a scuola con scritte sui muri alludenti ad una presunta omosessualità dello stesso ragazzo. Una tipica azione di stalking o cyberbullismo, che può aver avuto un pesante ruolo nella decisione finale.

Negli ultimi anni i social network e la stessa rete internet più allargata sono stati sempre più spesso oggetto di contrapposte tesi sull’utilizzo: da una parte i fautori della piena libertà di espressione, come di fatto ricordato nell’accezione più generale dall’articolo 21 della nostra Costituzione (1), dall’altra coloro che pongono l’attenzione alla tutela delle vittime di un uso improprio e illecito della libertà di espressione, da parte di qualche sconsiderato che adopera malamente questi spazi.

Non si vuole entrare nel merito della polemica, ma, come ci ricorda lo psicoterapeuta e giornalista Roberto Cafiso nel suo ultimo libro, le “parole hanno un peso” (2), e per questo gli effetti degli eventi dipendono da ciascuno di noi e dal nostro comunicare. Le parole possono cambiare i destini, scrive Cafiso, perché sollecitano la neuroplasticità del cervello e inducono comportamenti di problem solving, indispensabili ad affrontare eventi avversi quando usate in senso costruttivo. In tal caso esse danno un senso ed un esempio significativo anche al nostro prossimo. Le parole infatti generano emozioni a prescindere da come vengono pronunciate, in quanto generano sempre immagini ed emozioni nella mente di chi ascolta o legge. Esistono pertanto anche contesti in cui le parole e la comunicazione producono effetti che assumono un valore fortemente negativo.

Ed è sugli effetti negativi delle parole e sull’uso improprio di alcuni strumenti di comunicazione che si basa la nostra osservazione.

Difatti, quando il piano della comunicazione si trasferisce in una piazza virtuale le cose spesso si complicano e diventano molto più pericolose. Non si deve infatti dimenticare che il messaggio scritto in una qualsiasi piattaforma o spazio internet può essere condiviso e pubblicizzato da chiunque acceda a quella conversazione. In questo modo si diffonde ad una velocità maggiore di un semplice pettegolezzo di piazze e rimane permanentemente nella memoria della rete, che rappresenta un potente specchio, capace di riflettere e di ricostruire le identità digitali di chiunque. L’anonimato della rete, poi, rende ancora più difficile la gestione della comunicazione, in quanto chi opera dietro uno schermo si sente più protetto e può, più liberamente, dar sfogo all’espressione delle parti più negative di se’, senza doversi necessariamente confrontare vis a vis con il suo interlocutore … e quindi senza assumersi alcuna responsabilità dei suoi messaggi.

Internet resta ancora oggi in larga parte terra di nessuno. Esso è una sorta di spazio di comunicazione dove sembra vigere la completa anarchia. Recenti sentenze, interpretative della legge sullo stalking, iniziano a porre attenzione all’utilizzo degli strumenti informatici per il conseguimento di un’azione molesta, persistente e ossessiva, nei confronti della propria vittima da parte di uno stalker (il persecutore appunto). Quindi l’uso improprio delle parole, assieme ad un pedinamento furtivo, deliberato e compulsivo nei confronti di una persona, da parte di un singolo o di un gruppo, vengono interpretate, nei Palazzi di Giustizia, come un reato (3) che in quanto tale dev’essere perseguito.

Alla luce di quanto è accaduto e continua ad accadere ci si chiede se ci sia un modo per contrastare tali derive culturali e sociali, tanto illogiche quanto negative.

Probabilmente servono ancora delle disposizioni normative che possano fornire ‘armi’ adeguate alla Giustizia, ma è ancora più necessaria tanta informazione e sensibilizzazione sull’argomento. Non solo, ma in una società complessa e in continua evoluzione, come quella occidentale, è sempre più impellente che i vari tecnici, professionisti ed esperti trovino le modalità per l’elaborazione di  percorsi educativi che aiutino a migliorare la comunicazione verso un suo uso più costruttivo, ad usare in modo più appropriato gli strumenti di comunicazione e soprattutto a far riflettere sulle responsabilità delle proprie azioni.

(1)   « Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.  La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. » (Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 21)

(2)    Il peso delle parole, di  Roberto Cafiso, edito da Sampognaro e Lupi edizioni, 2012

(3)   Il reato è un atto umano, commissivo o omissivo, al quale l’ ordinamento giuridico  ricollega una sanzione  penale in ragione del fatto che tale comportamento sia stato definito come antigiuridico in quanto costituisce un’offesa a un bene giuridico o un insieme di beni giuridici (che possono essere beni di natura patrimoniale  o anche non patrimoniali) tutelati dall’ordinamento da un’apposita norma incriminatrice. Rientra, quindi, nella più ampia categoria dell’illecito Da http://it.wikipedia.org/wiki/Reato

PARERE DEL DOTT. LUCA PISANO

Per denominare le azioni aggressive e intenzionali, eseguite persistentemente attraverso strumenti elettronici (sms, mms, foto, video clip, e-mail, chat rooms, istant messaging, siti web, chiamate telefoniche), da una persona singola o da un gruppo, con il deliberato obiettivo di far male o danneggiare un coetaneo che non può facilmente difendersi, è stato, recentemente, proposto il termine “cyberbullismo” (Patchin, Hinduja, 2006, Smith, 2007, Willard, 2007).

A differenza di quanto accadeva nel tradizionale bullismo in cui le vittime, rientrate a casa, trovavano, quasi sempre, un rifugio sicuro, un luogo che le proteggeva dall’ostilità e dalle angherie dei compagni di scuola, nel cyberbullismo le persecuzioni possono non terminare mai.

I cyberbulli, sfruttando la tecnologia e non essendo più vincolati da limiti temporali (la durata della giornata scolastica) e geografici (la presenza fisica degli studenti in un determinato luogo), possono infatti “infiltrarsi” nelle case delle vittime perseguitandole 24 ore su 24, con messaggi, immagini e video offensivi.

Va aggiunto che se nel bullismo off line i bulli sono studenti, compagni di classe o di istituto con i quali la vittima ha costruito una relazione, i cyberbulli possono essere degli sconosciuti oppure persone note che on line si fingono anonime o che, sollecitando l’inclusione di altri “amici” anonimi, rendono impossibile per la vittima risalire all’identità di coloro con i quali sta interagendo.

La percezione di invisibilità ed anonimato, presunta, perché ricordiamo che ogni computer o telefonino lascia una traccia durante il funzionamento, attiva nei cyberbulli un’alta disinibizione al punto da farli credere di potere compiere on line tutto ciò che desiderano. Mentre nel tradizionale bullismo è più facile riscontrare una media disinibizione, sollecitata dalle dinamiche del gruppo classe e dai meccanismi di disimpegno morale (Sutton e Smith, 1999; Bandura, 1986, 1990, Bacchini, 1998).

Ma può anche accadere, rispondendo appieno a quella moderna logica narcisistica che detta l’importanza del mostrarsi e del far parlare di sé ad ogni costo, che i cyberbulli decidano di rendersi visibili (pensiamo a quanti pubblicano su un proprio blog, video, immagini, scritte offensive nei confronti di compagni di classe o docenti, magari chiedendo ai navigatori di commentarli e votarli).

In entrambi i casi, comunque, di visibilità o invisibilità, l’assenza di feedback tangibili da parte della vittima – “Io non posso vedere te”! (Willard, 2007) – ostacola la comprensione empatica della sofferenza, molto di più di quanto avviene nel tradizionale bullismo, dove il prepotente, per un freddo tornaconto personale (Mealey, 1995; Fonzi, 1999), il bisogno di dominare nella relazione, non presta attenzione ai vissuti dello studente vessato, ma ha chiara consapevolezza degli effetti delle proprie azioni.

Chiarito il rapporto tra cyberbullo e cybervittima, approfondiamo, ora, il ruolo degli spettatori (Salmivalli, 1996), gli studenti che assistono alle vessazioni on line e che – a differenza di quanto accade nel tradizionale bullismo nel quale sono quasi sempre presenti, incoraggiando e fomentando i comportamenti prevaricatori dei più forti – nel cyber bullismo possono essere assenti, presenti, conoscere la vittima o ignorare la sua identità. Se presenti, possono assumere una funzione passiva (se si limitano a rilevare, nelle proprie E-mail, SMS, Chat, atti di cyberbullismo diretti ad altri) o attiva (se scaricano – download – il materiale, lo segnalano ad amici, lo commentano e lo votano), diventando, di fatto, dei gregari del cyberbullo o cyberbulli essi stessi. Il contributo attivo può essere fornito su sollecitazione del cyberbullo stesso – reclutamento volontario – oppure, su spinta autonoma, senza, cioè, aver ricevuto specifiche ed espresse richieste – reclutamento involontario – (Pisano, Saturno, 2008).

Per quanto riguarda la stabilizzazione del ruolo sociale ricoperto dallo studente, alcune ricerche (Ybarra and Mitchell, 2004) hanno evidenziato che, mentre nel bullismo, solo il bullo, il gregario e il bullo-vittima (vittima provocatrice) agiscono prepotenze, nel cyberbullismo, chiunque, anche chi è vittima nella vita reale o ha un basso potere sociale, può diventare un cyberbullo. E’ bene però precisare che Raskauskas e Stoltz, in una ricerca del 2007, hanno verificato che molte cybervittime sono anche vittime di bullismo tradizionale e molti cyberbulli sono anche bulli nella vita reale, mettendo, dunque, in discussione l’iniziale tesi di Ybarra e Mitchell.

Infine, importanti differenze tra bullismo e cyberbullismo, sussistono nella possibilità di “reclamizzare” i comportamenti vessatori: mentre le azioni bullistiche possono essere raccontate ad altri studenti della scuola in cui sono avvenuti i fatti o ad amici frequentanti scuole limitrofe, restando, di fatto, abbastanza circoscritte nello spazio, il materiale cyberbullistico può essere diffuso in tutto il mondo e soprattutto è indelebile: ciò che viene pubblicato su internet non è infatti facilmente cancellabile.

Aggiungiamo, poi, che anche quando il materiale offensivo non viene caricato in rete (update), comunque i cyberbulli possono, attraverso i programmi gratuiti “peer to peer”, trasferirlo on line, autorizzando, persone conosciute o sconosciute, ad operare il download dal proprio computer. Possibilità che contribuisce a rendere sempre più difficile, attualmente diremo impossibile, arginare il fenomeno.

Tra le molteplici forme del cyberbullismo (Willard, 2007a, 2007b, Pisano, Saturno, 2008) prendiamo in esame, per la rilevanza che ha avuto nel caso dello studente di Roma che si suicidato anche a causa delle molestie che subiva on line, l’harassment e la denigration.

Harassment

“Mi sono state fatte delle telefonate anonime e dopo aver risposto non parlava nessuno. E’capitato numerose volte e poi ho scoperto che erano dei miei compagni” (Federica, 16 anni)

“Su di me niente, ma su molte mie amiche sì, come ho detto prima arrivavano e-mail con le descrizioni e immagini volgari. Ho denunciato questa cosa, ma continuano a farlo e molte volte capita anche nel computer di mio fratello (maggiore) e ancora oggi io ho il computer sotto sequestro” (Valentina, 14 anni)

Dall’inglese “molestia”, l’harassment consiste in messaggi insultanti e volgari che vengono inviati ripetutamente nel tempo, attraverso l’uso del computer e/o del videotelefonino. Accanto ad e-mail, sms, mms offensivi, pubblicazioni moleste su Blog e Forum e spyware per controllare i movimenti on line della vittima, le telefonate mute rappresentano sicuramente la forma di molestia più utilizzata dai cyberbulli soprattutto nei confronti del sesso femminile.

“A differenza di quanto accade nel flaming e nel flame war, riscontriamo la persistenza dei comportamenti vessatori (che non sono dunque circoscritti ad una specifica attività on line) ed una relazione sbilanciata nella quale, come nel bullismo off line, la vittima è sempre in posizione down (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971), subisce, cioè, passivamente le molestie o, al massimo, tenta, generalmente senza successo, di convincere il persecutore a porre fine alle aggressioni. In alcuni casi, il cyberbullo, per rafforzare la propria attività offensiva, può anche coinvolgere i propri contatti on line (mailing list), che, magari pur non conoscendo direttamente lo studente target, si prestano a partecipare alle aggressioni on line” (Pisano, Saturno 2008, pp. 42).

Proprietà: intenzionalità, relazione complementare rigida (persecutore in posizione one up, vittima in posizione one down), persistenza, talvolta stabilizzata dal contributo attivo e richiesto di altri utenti della rete (reclutamento volontario).
Aspetti giuridici: comportamento criminale (soggetto che viola una norma contenuta nel codice penale). Nello specifico: art. 594 c.p, ingiuria; art. 595 c.p, diffamazione.

DENIGRATION

“Mi hanno chiamato sul telefono per insultarmi e dirmi che avrebbero messo su internet qualcosa su di me”. (Roberto, 14 anni)

“Mi hanno scritto via e-mail che avevo la testa troppo grande e che puzzavo di pesce. Poi hanno organizzato una votazione e tutti dovevano esprimere il loro parere su un blog”. (Antonio, 15 anni)

“Io sono stato vittima del saiber bullismo dai miei amici perché io vengo dal sud e hanno messo delle mie fotografie su internet per insultarmi”. (Concetta, 14 anni)

“Nicola, che si fa chiamare il Vice-comandante, ha organizzato su un blog una votazione su di me: Arianna è una piagnona? Nel blog erano riportate le risposte dei miei compagni di classe, i voti e le statistiche”. (Arianna, 17 anni)

In questo caso l’attività offensiva ed intenzionale del cyberbullo, che mira a danneggiare la reputazione e la rete amicale di un coetaneo, può concretizzarsi anche in una sola azione (esempio: pubblicare su un sito una foto ritoccata del compagno di classe al fine di ridicolizzarlo, indire una votazione on line per screditare una studentessa, diffondere sul web materiale pedopornografico per vendicarsi dell’ex fidanzata, etc.), capace di generare, con il contributo attivo, ma non necessariamente richiesto, degli altri utenti di internet (“reclutamento involontario”), effetti a cascata non prevedibili.

In questi casi, i coetanei che ricevono i messaggi o visualizzano su internet le fotografie, i videoclip o il link ad un blog non sono, necessariamente, le vittime (come, invece, prevalentemente avviene nell’harassment) ma gli spettatori, talvolta passivi del cyberbullismo, quando si limitano a guardare, più facilmente attivi, se scaricano – download – il materiale, lo segnalano ad altri amici, lo commentano e lo votano.

La denigration è, infine, la forma di cyberbullismo più comunemente utilizzata dagli studenti contro i loro docenti: numerosi sono, infatti, i videoclip, gravemente offensivi, presenti su internet riportanti episodi della vita in classe. In alcuni casi le scene rappresentate sono evidentemente false e, dunque, recitate, in altri sono, purtroppo, vere.

Proprietà: intenzionalità, relazione complementare rigida, talvolta persistenza, contributo attivo ma non necessariamente richiesto degli spettatori (reclutamento involontario).
Aspetti giuridici: comportamento deviante che, nei casi più gravi, diviene criminale. Nello specifico: art. 594 c.p., ingiuria; art. 595 c.p., diffamazione; art. 615 bis c.p., interferenze illecite nella vita privata, art. 528 c.p., pubblicazioni oscene, art. 600 ter c.p., comma 3, divulgazione materiale pedopornografico. Inoltre, sotto il profilo civile, art. 10 codice civile, abuso dell’immagine altrui ed artt. 96 e 97, legge 22 aprile 1941, n. 633, l’esposizione, la riproduzione e la messa in commercio non consensuali del ritratto di una persona. Infine, ricorre la violazione degli articoli 161 e 167 del D.L. 196 del 2003, in tema di privacy.

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Fonte: Osservatorio Psicologia nei Media

 

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CTU/CTP: valutazione o terapia?

A seguito dell’introduzione da parte di alcuni Ordini dell’obbligo del titolo di psicoterapeuta quale requisito minimo per poter esercitare l’attività di CTU o di CTP, in particolar modo per l’ascolto del minore, vorrei proporre alcune riflessioni circa la relazione tra le finalità della CTU/CTP e le peculiarità del rapporto tra psicoterapeuta e suo cliente.

Innanzitutto è bene ricordare che nei vari Tribunali esistono degli albi specifici per l’iscrizione dei tecnici che intendono svolgere il ruolo, di ausiliari del giudice (CTU), della pg o consulenti delle parti (CTP) nella risoluzione di vertenze civili e penali presso i tribunali stessi.

L’iscrizione all’albo dei consulenti o periti avviene per mezzo di una domanda, cui si allega un curriculum formativo/esperenziale documentato, che si invia al Tribunale di competenza. La valutazione delle domande viene fatta da una commissione mista alla quale presiedono anche i referenti degli albi professionali dei professionisti la cui richiesta dev’essere valutata. A seguito dell’accettazione della domanda il professionista regolarizza la sua iscrizione con una quota in denaro prevista dai vari Tribunali.

Tenuto conto della presenza di tali Albi, Giudici, avvocati o Polizia Giudiziaria, nell’espletamento delle loro funzioni possono o meno attingere a tale albo per la consulenza del tecnico. Possono quindi avvalersi anche di esperti non presenti nell’albo o di tecnici anche iscritti ad albi di altri tribunali.

Le figure professionali dei consulenti tecnici sono previste dal Codice di Procedura Civile (Libro I – Disposizioni Generali – Capo III – Art. 61/64) e dal Codice di Procedura Penale (Libro III – Parte I – Prove – Titolo II – Mezzi di prova – Capo IV – Perizia – Art. 220/233).

Per quanto riguarda il CTU tecnicamente il suo rapporto con il giudice è regolamentato da alcuni articoli dei codici di procedura civile e penale. Per esempio l’articolo 61 del c.p.c. afferma che “quando e’ necessario, il giudice puo’ farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o piu’ consulenti di particolare competenza tecnica. La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice. Articolo cosi’ sostituito dalla L. 14 luglio 1950, n. 581”.

L’articolo 62 offre le linee generali cui deve attenersi il Consulente, ovvero “il consulente compie le indagini che gli sono commesse dal giudice e fornisce, in udienza e in camera di consiglio, i chiarimenti che il giudice gli richiede a norma degli articoli 194 e seguenti, e degli articoli 441 e 463”.

All’atto della nomina il CTU presta giuramento in apposita udienza ed ha l’obbligo di cooperare con l’autorità giudiziaria.

Il CTP: “è una persona alla quale una parte in causa conferisce l’incarico peritale quale esperto in uno specifico settore ovvero competente del ramo tecnico/scientifico pertinente alla causa. Il CTP ha il compito, nell’interesse di una parte, di affiancare il CTU nell’espletamento del suo incarico e formulare osservazioni a supporto o critica del risultato al quale il perito del giudice sarà giunto.
Al contrario del consulente tecnico d’ufficio, il CTP non presta giuramento ed ha ampia facoltà di accettare, rifiutare o rimettere l’incarico in ogni tempo, altresì è esonerato dall’obbligo di cooperare con l’autorità giudiziaria ed ha libertà di atti e prestazioni che trova limite solo nel divieto di ostacolare illegittimamente l’attività del CTU
.” (Fonte: Wikipedia)

Le peculiarità del CTU e del CTP possono quindi essere così sintetizzate:

  1. l’operato dello psicologo forense o comunque del consulente tecnico è totalmente regolamentato dal codice, a differenza di qualsiasi altro contesto professionale.

  2. il consulente tecnico d’ufficio è solitamente definito come gli “occhi del giudice”, in quanto è il giudice stesso che nell’espletamento delle sue funzioni si avvale delle competenze e professionalità di un tecnico, al fine di avere un conforto scientifico nella sua decisione, rimanendo egli stesso il “peritus peritorum”

  3. Il CTP affianca, sostiene o suggerisce ipotesi alternative all’attività del CTU

  4. Le figure giuridiche hanno un’ampia libertà nello scegliere gli ausiliari tecnici utili al loro lavoro

Scopo del CTU, affiancato dalla presenza del CTP, quando quest’ultimo è nominato, è quello di rispondere in maniera puntuale e precisa ai quesiti che il giudice formula nell’udienza di conferimento dell’incarico e di relazionarne i risultati nell’elaborato peritale che prende il nome di Consulenza Tecnica d’Ufficio; può essere chiamato a “chiarimenti” (verbali o per iscritto) dal Tribunale (da http://it.wikipedia.org/wiki/Consulenza_giudiziale). Lo psicologo nel suo ruolo di consulente dovrà operare solo in funzione della domanda esposta dal Magistrato. Qualsiasi altro elemento “estraneo” al quesito non dovrà essere preso in considerazione. Il quesito rappresenta l’ambito processuale entro il quale l’esperto deve muoversi. Non solo, tale posizione è richiesta al Consulente anche nella sua funzione di ausiliario della PG (Polizia Giudiziaria).

L’accettazione dell’incarico da parte di un Giudice comporta un giuramento di rito nel quale il Consulente Giura di bene e fedelmente adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di far conoscere al giudice la verità”.

Quindi l’obiettivo del CTU, affiancato dal CTP, è quello di determinare in maniera, quanto più oggettiva possibile, la “verità”, sfrondandola tutto quanto desunto dal colloquio da ciò che può essere non rilevante ai fini del quesito del giudice o che non abbia sufficienti requisiti di prova scientifica o che pur essendo provati non siano in evidente relazione di causa ed oggetto con l’argomento di verifica. Inoltre il CTU dev’essere molto attento a non indurre alcun tipo di influenza nel soggetto di valutazione, tanto che esistono diversi testi scientifici che indicano la tipologia di domande da utilizzare in tali contesti di analisi, che non siano suggestive né tanto meno indirizzano verso risposte di tipo prevalentemente emotivo. In sostanza dev’essere attento a non intervenire nella relazione modificandone le possibili reazioni, rispetto a quella che è la testimonianza quanto più spontanea possibile del soggetto intervistato.

La Carta di Noto all’articolo 7 afferma che lo psicologo forense valuta attentamente il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte (art. 7 C.D.; art. 1 C.N.). Rende espliciti i modelli teorici di riferimento utilizzati (art. 1 C.N.) e, all’occorrenza, vaglia ed espone ipotesi interpretative alternative (art. 5 C.N.) esplicitando i limiti dei propri risultati (art. 7 C.D.). Evita altresì di esprimere opinioni personali non suffragate da valutazioni scientifiche. Nei casi di abuso intrafamiliare, qualora non possa valutare psicologicamente tutti i membri del contesto familiare (compreso il presunto abusante), deve denunciarne i limiti della propria indagine dando atto dei motivi di tale incompletezza (art. 3 C.N.).

L’obiettivo dello psicoterapeuta è quello di accogliere, aiutare e realizzare un progetto di sostegno e cura del soggetto di cui si sta occupando. Da questo punto di vista egli deve tener conto di tutti gli elementi espressi dal paziente, anche di quelli fantasiosi o onirici che vanno a determinare un suo quadro generale non necessariamente dell’effettivo vissuto, ma del suo sentire. D’altro canto nel suo modo di porsi nei confronti del suo paziente il terapeuta agisce offrendo una serie di stimoli, di ipotesi interpretative, miranti a ‘modificarne‘ lo stato al fine della sua ‘guarigione’.

Quindi mentre nel contesto giuridico allo psicologo non è consentito di entrare nel soggetto, ma di porsi dinnanzi al soggetto, al fine, non di prestare aiuto, ma di comprendere come sono andate le cose su cui si sta indagando, allo psicologo con ruolo di terapeuta, tutto questo non solo è consentito, ma assolutamente necessario nell’espletamento del suo intervento.

Da quanto sin qui emerso il CTU/CTP ha un doppio mandato: se da una parte il suo interesse è rivolto al soggetto che andrà ad esaminare, dall’altra egli ha l’obbligo di riferire all’unico suo committente (giudice, PG o parte che sia) quello che emerge dal colloquio, al fine di aiutare proprio quest’ultimo nelle proprie attività di indagini o di decisione finale).

Altra differenza importante tra l’ambito clinico/psicoterapeutico e quello forense risiede nel concetto di valutazione: difatti i concetti di “valutazione clinica” e “valutazione in ambito forense” implicano nel piano pratico tipi di relazione e di setting in cui si opera e tipi di metodologia utilizzata completamente differenti.

Il ruolo dello psicologo nella CTU/CTP. è quello di stimare o di valutare un danno indotto in un soggetto e non quello di fare il clinico, di offrire sostegno o di improntare un trattamento terapeutico.

Per fare un esempio un consulente nominato in qualità di ausiliare di PG nell’espletare un colloquio con minore che ha subìto un presunto abuso, ha il compito di raccogliere la storia, di valutare il danno riportato e quindi anche la sua entità su quel soggetto, ma sicuramente non ha il compito di prendersene cura.

Le due figure professionali hanno quindi diversi quesiti, doveri, percorsi formativi, nonché diverse competenze e conoscenze.

Proprio per questa diversità di approccio e di forma mentis uno psicoterapeuta può incontrare difficoltà nell’eventuale espletamento di un incarico peritale ma può anche costituire un impedimento alla rilevazione della verità richiestagli dal suo committente.

Non solo, la stessa Carta di Noto ci pone una importante riflessione sull’incompatibilità tra approccio psicoterapeutico e valutazione di tipo forense, difatti all’articolo 16 afferma che i ruoli dell’esperto nel procedimento penale e dello psicoterapeuta sono incompatibili (art. 26 C.D.; art. 10 C.N.) L’alleanza terapeutica, che è la caratteristica relazionale che domina la realtà psicoterapeutica, è incompatibile col distacco che il perito e il consulente tecnico devono mantenere nel processo. Per questo, chi ha o abbia avuto in psicoterapia una delle parti del processo o un bambino di cui si tratta nel processo o un suo parente, o abbia altre implicazioni che potrebbero comprometterne l’obiettività (art. 26/2, art. 28/1 C.D.) si astiene dall’assumere ruoli di carattere formale. Lo psicologo che esercita un ruolo peritale non svolge nel contempo nei confronti delle persone diagnosticate attività diverse come, per esempio, quelle di mediazione o di psicoterapia. Egli, con il consenso dell’avente diritto, potrà semmai, in quanto testimone, offrire il suo contributo agli accertamenti processuali (art. 12 C.D.). Durante il corso della valutazione processuale, lo psicologo forense non può accettare di incontrare come cliente per una terapia nessuno di coloro che sono coinvolti nel processo di diagnosi giudiziaria (art. 10 C.N.).

Alla luce di tali considerazioni pare quantomeno forzato se non controproducente imporre al CTU il requisito di psicoterapeuta, data la diversa forma mentis che i due tipi di ruolo e di approccio necessitano. Ancora di più appare poco chiara la posizione assunta dall’Ordine degli Psicologi del Lazio di istituire un albo specifico, quello dei CTP che non ha ragione di esistere, perchè ne esiste già uno, quello dei consulenti che assumono di volta in volta ruoli diversi e che può essere ampliato con nuove domande. Ma soprattutto appare strana la pretesa di far formare i futuri psicologi forensi in un settore poco utile a quello richiesto in ambito giuridico. Un giovane laureato che ha intenzione di svolgere il lavoro di psicologo forense ha oggi la possibilità di frequentare master o corsi di alta formazione specializzati nel settore psicologico-giuridico per ’acquisizione di competenze teoriche, metodologiche e tecniche di base necessarie per svolgere convenientemente la consulenza psicologica in situazioni di carattere conflittuale per cui è stato previsto un procedimento giudiziario. Che senso ha dunque imporgli la frequentazione di un percorso lungo, costoso e le cui competenze non gli saranno necessarie per l’altro ambito in cui andrà a operare?

Altra cosa incomprensibile è creare un albo di CTP che accettano il gratuito patrocinio. Questa concessione diffusa presso l’ordine degli avvocati, presuppone, nell’ambito dello stesso ordine, uno speciale albo di avvocati che accettano tale possibilità, ma, nel loro caso, non è disposta dall’ordine una speciale specializzazione. L’avvocato che sia penalista, civilista, matrimonialista o altro, può scegliere di offrire questa possibilità a prescindere dalla sua specializzazione, in tal caso hanno la possibilità di far risultare nella stessa posizione anche il tecnico che li assiste nel procedimento, facendo esplicita richiesta al tribunale.

Dr.ssa Lorita Tinelli

Psicologa
CTU Trib. di Bari n. 29

Fonte: AltraPsicologia

 

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Oltre il legame. Riflessioni sul bondage

SEGNALAZIONE

Gentili colleghi, ho letto i seguenti articoli

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDCategoria=1HYPERLINK “http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDCategoria=1&IDNotizia=454251″&HYPERLINK “http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDCategoria=1&IDNotizia=454251″IDNotizia=454251;http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/09/11/news/parla_l_nsegnante_di_bondage_erano_iscritti_alla_mia_scuola-21504242/

Mi chiedevo se tali pratiche fossero normali e cosa ne pensassero gli psicologi in generale.

Lettera firmata

 

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA Lorita Tinelli

Bondage: quel sottile legame tra Eros e Thanatos

A volte il guerriero della luce ha l’impressione di vivere due vite nello stesso tempo.
In una è obbligato a fare tutto ciò che non vuole, a lottare per idee nelle quali non crede.
Ma c’è anche un’altra vita, ed egli la scopre nei sogni, nelle letture, negli incontri con uomini che la pensano come lui.
Il guerriero consente sempre alle due vite di avvicinarsi.
“C’è un ponte che collega quello che faccio con ciò che mi piacerebbe fare,” pensa.
A poco a poco, i suoi sogni cominciano a impadronirsi della vita di tutti i giorni, finchè‚ egli avverte di essere pronto per ciò che ha sempre desiderato.

Allora basta un pizzico di audacia, e le due vite si trasformano in una.

Coelho

Negli ultimi mesi i media ci hanno riportato tre casi di morte dovuti alla cattiva gestione di un gioco erotico. Una ragazza di 24 anni ha perso la vita a Roma, un trentasettenne l’ha persa a Vignola Falesina, provincia di Trento e un uomo di 56 anni a Rovigo. La causa della morte per tutti è stato il soffocamento simulato come gioco erotico o asfissiofilia.

In tutti i casi le procure preposte hanno aperto indagini sui rispettivi partner o compagni di gioco per omicidio colposo.

Le persone rimaste uccise provengono dagli strati sociali più disparati: una studentessa, un vicesindaco, un operaio. Tutti erano coinvolti in una forma di masochismo che è degenerato sino alle estreme conseguenze.

Ma cosa spinge la gente a praticare tali forme di sesso estremo?

Tali giochi in cui piacere e dolore si fondono, sfiorando la morte, vengono sperimentati ed insegnati in diverse scuole, presenti anche nella nostra nazione. Qui si impara il breath play (il gioco del respiro che prevede due donne legate agli estremi di una corda, come in una bilancia, fino a togliersi il respiro, con un uomo che le osserva), lo Shibari (gioco che prevede di legarsi con le corde) e tante altre forme di bondage in cui vengono usati sacchetti, bende e strumentazione varia, che, a detta degli estimatori del genere, porta al raggiungimento di punte massime di piacere.

Inserendo la parola ‘bondage’ nei motori di ricerca appaiono come risultato diverse centinaia di negozi che vendono anche on line oggettistica per tali tipi di performance: mascherine, corse, manette deconrate, frustini, fermo per giochi erotici e molto altro possa stimolare la fantasia. Nei medesimi siti si offrono anche consigli su come usare gli strumenti perché secondo gli autori il bondage non è una questione di tecniche ma di sentimenti, i polsi legati dietro alla schiena con un foulard sono efficaci come una posizione dove si usano decine di corde, con tanto di foto che rappresentano le varie posizioni: quella comoda, la tartaruga, caviglie affiancate, sospensione a testa in giù, sospensione a testa in su e molto altro.

Il Dottor Davide Dettore, docente di psicopatologia del comportamento sessuale all’Università di Firenze, in una intervista rilasciata su Ok Salute.it ha affermato che, secondo chi pratica tali giochi, la mancanza di aria amplifica l’eccitazione e le sensazioni sessuali, rendendo più piacevole e più intenso l’orgasmo. Ma tale sensazione di soffocamento dovrebbe essere fermata prima che tutta la situazione diventi pericolosa. Quindi i ‘giocatori’ dovrebbero essere ben responsabili e attenti al dettaglio.

Sempre secondo Dettore la pratica permette ad una parte di dominare e all’altra di sentirsi umiliata e controllata. “Secondo alcuni, i masochisti si sentono forti perché sono in grado di tollerare il dolore. Secondo altri, il piacere è dato dalla perdita di controllo (che è concentrato nelle mani di un altro): un modo per andare contro all’ipercontrollo della persona imposto dalla società” (http://www.ok-salute.it/sesso-psicologia/11_a_bondage-asfissiofilia.shtml).

Spesso in tali praticheil sesso nella sua forma tradizionale è presente in misura minoritaria o addirittura ne è del tutto escluso. Sembrerebbe che questa nuova forma di sessualità si svincoli sempre di più dalla generatività portando il sesso lontano dalla procreazione o comunque non necessariamente al suo servizio. L’attenzione è spostata al bisogno di ‘recuperare’ altri significati, mediante la stimolazione sensoriale estrema di sé o dell’altro. A volte, ma non è una regola, il gioco viene accompagnato dall’uso di sostanze allucinogene, affinché l’esperienza possa risultare quanto più estremizzante possibile.

Le regole fondamentali e necessarie di tali attività sono: la sicurezza (“saver word”, il comando che da la possibilità al partner passivo di interrompere il gioco), la consensualità (la persona che assume il ruolo di ‘sottomesso’ acconsente ad essere tale sulla base di un accordo paritario preso da entrambe le parti prima di iniziare il gioco), la flessibilità dei ruoli (che possono diventare interscambiabili o comunque congeniali alla persona che ne sceglie uno), la soddisfazione reciproca.

Il gioco, quindi deve essere sicuro ma nulla deve ritenersi sbagliato se all’interno di esso i partecipanti sono consenzienti.

Fu lo stesso attivista David Stein, nel 1984, ad usare queste definizioni, volendo distinguere un tipo di Sadismo/Masochismo consensuale, da quello deviato e autodistruttivo, definito dallo stesso come sadomasochismo.

L’avvocato Filippo Lombardi afferma che tale pratica sessuale estrema si incentra sul diritto/dovere di provocare sensazioni dolorose. L’uso scorretto di tali pratiche è variegato e, come lui stesso afferma non di rara verificazione. Si tratta di eventi connessi al blocco della circolazione sanguinea, alla possibile rottura, slogatura, lussatura di ossa, il blocco della respirazione con connesso soffocamento, le lesioni o abrasioni della cute, che potranno poi essere più o meno gravi a seconda dei casi. E i danni possono diversificarsi in entità o natura, a seconda degli ulteriori ed eventuali strumenti sessuali utilizzati nel caso concreto(

Pratiche sessuali estreme e diritto penale. Focus sulla pratica dello Shibari (HYPERLINK “http://spuntianalitici.blogspot.com/2012/05/pratiche-sessuali-estreme-e-diritto.html””HYPERLINK “http://spuntianalitici.blogspot.com/2012/05/pratiche-sessuali-estreme-e-diritto.html”BondageHYPERLINK “http://spuntianalitici.blogspot.com/2012/05/pratiche-sessuali-estreme-e-diritto.html””HYPERLINK “http://spuntianalitici.blogspot.com/2012/05/pratiche-sessuali-estreme-e-diritto.html”).

Nonostante i pareri tecnici, sempre Internet ci riporta un mondo, neppure tanto occulto, di esperienze, curiosità, raccontate da chi il Bondage lo pratica e ne fa anche una corrente di pensiero.

Su un forum di psicologia, un’anonima estimatrice di Bondage scriveva nel 2008 che praticandolo, ha notato ad esempio che in una sessione attiva provo le seguenti emozioni/sensazioni:
– Aumento dell’autostima.
– Aumento della consapevolezza ( forse xké devo badare all’incolumità della ragazza legata )
– Aumento dell’adrenalina.
– Senso di potenza

In una sessione passiva invece:
– Imparo a fidarmi della persona che mi ha legato.
– Diminuzione dello Stress ( B&T )
– Diminuzione dell’Ansia ( B&T )
– Generale senso di Rilassamento.
– Aumento dell’autostima ( se si fanno giochi di dominazione non so se succede lo stesso, dato che non ne faccio; io dopo una sessione passiva mi sento ugualmente “bene” e “carica” di autostima ).

In un altro forum Chiara scrive:

apprezzo molto il bondage, personalmente ritengo stuzzichi molto la mia fantasia. E dato che in ogni ambito della vita rivestiamo ruoli mi piace pensare che nel sesso si possa ricoprire un ruolo che nella vita non è il nostro, o seguire le proprie inclinazioni caratteriali.

Abba parla anche di un contratto di schiavitù che contiene delle ferree regole che obbligano il/la master/mistress a prendersi cura del/della proprio/a slave affinché durante il gioco non subisca danni permanenti e possa continuare a “recitare” il proprio ruolo….

Emerge quindi un mondo di persone che sembrano disquisire con certa maturità ed equilibrio, e senza usare terminologie inappropriate, su regole, metodologie, fantasie ed emozioni. In quello che sembra un viaggio esplorativo dei propri confini, delle proprie necessità e fantasie.

Per di più se tali pratiche vengono svolte con esplicite modalità consenzienti, come più e più volte emerge anche dai discorsi visibili in rete, esse vengono a collocarsi in un’area di normalità ( non sconfinano cioè nella psicopatologia, come la porno dipendenza, il sadomasochismo ecc.).

Spesso è la cultura di appartenenza che decide in fatto di normalità o di patologia dei comportamenti sessuali.

Negli ultimi anni la rete internet ha aiutato molto i cultori del bondage a venire allo scoperto, a non sentirsi ‘anormali’ o ‘deviati’, a condividere proprio una cultura molto variegata e a liberarsi delle proprie fantasie, seguendo lo schema prefissato del sano, sicuro e consensuale.

Per anni ho avuto fantasie bondage, fantasie dove legavo donne o dove venivo legato. Per anni mi sono sentito un anormale, un malato, un deviato.
Per anni ho tenuto tutto nascosto dentro di me, perché convinto di essere pericoloso per me e per gli altri. Per anni, quando si parlava di sesso, mi chiudevo in me stesso perché insicuro. Per anni …… ho sprecati tutti quegli anni.

Poi è venuta la Rete, prima con i siti in lingua inglese, poi con quelli, sempre più numerosi, italiani Poi sono venute le chat, i forum, le mailing list, IRC, ICQ e via discorrendo. (…) Il mio sogno è una partner che consideri piacevole e stimolante il bondage, sia come un modo per dividere con un’altra persona una intimità speciale, sia come uno stimolante gioco sessuale. Non voglio una vittima o essere io stesso una vittima, ma qualcuno con cui poter indulgere nella fantasia.” – racconta un altro estimatore.

In conclusione, se davvero i giochi prevedono e corrispondono alle regole della consensualità e della sicurezza sono ben viste dalla psicologia. I limiti, scaturenti in reati, sono di competenza della magistratura.

Fonte: Osservatorio di Psicologia nei Media

 

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Abusi sessuali in psicoterapia

SEGNALAZIONE

Gentile Redazione di OPM, ho di recente letto un articolo che parlava di uno  psicoterapeuta che avrebbe molestato sessualmente una sua paziente e ho visto  nel corso di quest’anno due servizi delle Iene  su fatti analoghi  che vedono coinvolto un altro professionista. Questi episodi mi preoccupano un pò, io ho da poco iniziato una psicoterapia individuale con uno psicoterapeuta  che mi è stato consigliato da un’amica e leggendo e guardando questi servizi  sono rimasta sconcertata dal fatto che questi professionisti, ai quali ci si è  rivolti per essere aiutati, abbiano utilizzato in realtà le loro competenze e  il rapporto di fiducia instaurato con le pazienti per appagare i loro bisogni,  arrivando ad arrecare ancora più sofferenza a queste donne. Mi chiedo come possano accadere cose del genere e come può una paziente capire quando uno  psicoterapeuta sta oltrepassando i limiti del suo mestiere e cosa fare per  evitare di essere coinvolti in questi fatti.

Vi riporto i link dei servizi di cui ho parlato

http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Cronache_e_politica/Abusi-sessuali-arrestato-psicoterapeuta/03-12-2010/1-A_000146780.shtml

http://www.irpinianews.it/Cronaca/news/?news=79536

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/163258/trincia-uno-psichiatra molestatore.html (video di aprile 2010)

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/182248/trincia-psichiatra-molestatore.html (video di settembre 2010)

Lettera Firmata

 

 

COMMENTO DELLE DR.SSE IMMACOLATA PATRONE E LORITA TINELLI

 

… lo scopo della formazione non è quello di trasformare l’analista

in un cervello meccanico capace di produrre interpretazioni

in base ad una procedura puramente intellettuale,

ma piuttosto di metterlo in condizione di

sostenere i sentimenti che vengono suscitati in lui

invece di liberarsene (come fa il paziente) (Heimann, 1950)

Dalla lettera della nostra segnalante traspare sorpresa, preoccupazione e timore, suscitati dalla lettura di una notizia di presunti abusi sessuali da parte di uno psicoterapeuta su una sua paziente/cliente e dalla visione di due filmati della trasmissione televisiva “Le Iene”, nei quali vengono riportate testimonianze  di molestie a carattere sessuale perpetrati  ai danni di ragazze  che si sono rivolte al medesimo psicoterapeuta.

Non entriamo nel merito dell’identità dei professionisti coinvolti in tali documenti segnalatici né in quella della veridicità delle notizie riportate dai mass media. Tale compito spetta alle autorità preposte alle indagini.

Appare assurdo alla nostra scrittrice, come a molte altre persone, che un professionista che dovrebbe aiutare coloro  che a lui si rivolgono per superare traumi, periodi dolorosi, difficoltà di carattere psicologico, possa rendersi colpevole di tali atti deprecabili.

Occorre precisare che questi casi sono rari ma comunque possibili, com’è possibile in qualsiasi professione o mestiere imbattersi in professionisti che non solo non rispettano il codice deontologico, ma che a volte si rendono colpevoli di veri e propri reati, utilizzando in modo manipolatorio  le competenze acquisite. Già nel 1990 negli USA fu pubblicato un libro, dal titolo ‘Sexual intimacies between psychotherapist and patients (Lerman. 1990) in cui, forse per la prima volta, si tentava di analizzare un fenomeno di cui si parlava molto poco, ma che, evidentemente, era presente, anche se in minima percentuale, in alcune relazioni medico-paziente. In uno studio successivo (Schoener et al. 1990) gli autori asserivano che, sempre negli USA, un’indagine realizzata su 8000 tra psicologi e psichiatri evidenziava come il 10% di loro avesse ammesso di aver avuto contatti sessuali con i loro pazienti (tali contatti erano descritti come: baci, abbracci, carezze e rapporti sessuali veri e propri).

Nei video delle “Iene” sono purtroppo evidenti, dai racconti delle pazienti/clienti e dalle affermazioni del terapeuta, fatti che presumibilmente riporteranno alla formulazione di reati.

In tali casi, infatti,  non solo c’è violazione del codice deontologico ma probabilmente si è di fronte  ad una persona con delle gravi problematiche psicologiche non risolte, che riversa nella sua professione a danno dei suoi utenti, facendo leva sulle loro fragilità, trincerandosi dietro la veste di professionista per difendere il suo comportamento e insinuando sensi di colpa nelle sue pazienti (meccanismi attraverso i quali si agisce “manipolazione psicologica”), o più semplicemente si è di fronte ad una persona in malafede che ha da tempo svestito i panni del professionista o non li ha mai veramente indossati.

Nessuno psicoterapeuta serio e psicologicamente “sano” toccherebbe o richiederebbe toccamenti intimi alle sue pazienti, né farebbe telefonate erotiche o richieste di chattare via internet con ragazze nude. Il forte imbarazzo delle ragazze, il desiderio che quell’ora passasse in fretta, il senso di costrizione e di repulsione provati, sono spie di un malessere crescente e della sensazione di trovarsi di fronte a comportamenti sospetti.

Tutto ciò, ovviamente, non appartiene alla sfera della psicoterapia ma a quella della manipolazione e del reato. Margaret Singer e Janjia Lalich (1998) nel loro libro “Psicoterapie Folli” affermano che tali coinvolgimenti sessuali non fanno parte di relazioni clandestine consensuali, ma sono rapporti incoraggiati all’interno di una relazione impari, in cui uno dei due membri (il terapeuta) ha più potere sull’altro e lo esercita in modo manipolatorio, arbitrario e dannoso per il suo paziente/cliente. Egli anziché definire limiti sicuri e ‘sani’ all’interno del rapporto terapeutico, ignorando la deontologia, sottomette i suoi pazienti, inducendoli a fare tutto quello che desidera, in qualità di figura autorevole.

Il primo passo che egli compie è quello di approfittare della loro fragilità facendo leva su di esse, per creare uno stato di dipendenza totale che gli è utile per iniziare ad indurre nel suo paziente le sue idee, i suoi bisogni  e i suoi desideri personali. La Singer e la Lalich affermano che, in alcune occasioni, il terapeuta viene supportato nel suo progetto anche grazie alla pressione esercitata dagli altri clienti sul nuovo paziente, specialmente nei contesti di terapia di gruppo. L’idea che il terapeuta impone al/la suo/a paziente/cliente è che fare sesso con lui fa bene. Se il/la paziente si ribella il terapeuta fa cadere su di lei/lui il biasimo, utilizzando anche riferimenti teorici ad interpretazione del diniego del paziente nel percorrere la strada che lui asserisce essere quella più idonea alla sua guarigione. In diverse occasioni il terapeuta arriva anche a cacciare il/la proprio/a cliente e quest’ultimo/a arriva, a volte, persino ad implorarlo di non interrompere quel “rapporto professionale” seppur malato, e ad adeguarsi alle indicazioni del terapeuta, segnali questi del legame perverso instauratosi, che vede il paziente succube del suo terapeuta.

Alcune ricerche condotte negli anni ‘80 negli USA, hanno dimostrato che una percentuale compresa tra il 33 e l’80% dei terapeuti che avevano incoraggiato relazioni sessuali con le loro pazienti, avevano manifestato la tendenza a farlo con più clienti. (Gartrell e al. 1989).

Da uno studio realizzato su 400 persone abusate sessualmente dai loro terapeuti, Margaret Singer ha identificato alcuni elementi ricorrenti nelle terapie in cui si sviluppano relazioni sessuali tra terapeuta e paziente (1998).

In generale:

1)   Il terapeuta che commette abusi appare ‘poco competente’ dal punto di vista professionale; tende a parlare di se stesso in terapia e dei suoi personali bisogni e manifesta un grado leggero o medio di narcisismo.

2)   Ha la convinzione egocentrica e semplicistica di essere al di sopra della legge e dei limiti che il suo codice deontologico gli impone. In tal caso riesce a convincere i propri clienti che non è lecito avere rapporti sessuali o intervenire nella vita dei loro clienti, ma lui può farlo perché ‘sa come gestire quella relazione’.

3)   Il terapeuta non effettua una diagnosi sul proprio paziente, ma imposta il trattamento in base alle sue personali teorie preferite, senza peraltro costruire un progetto chiaro di trattamento.

4)   Non rispetta la riservatezza, ma parla alla sua cliente anche dei problemi di altri clienti, iniziando un rapporto di confidenza tanto da farla sentire speciale.

5)   Non è in grado di riconoscere gli elementi del transfert e del controtransfert.

Una manipolazione di dinamiche psicologiche, all’interno del setting terapeutico o in altri contesti , può portare la ‘vittima’ a percorrere tre diversi stati emotivi e comportamentali:

1)   Incredulità, in quanto essa non può credere a ciò che sta accadendo né a ciò cui vorrebbe portarla a fare il suo terapeuta.

2)   Difesa, la vittima tenta di difendersi anche energicamente, ma percepisce il potere del suo terapeuta come fortemente presente e inizia a vivere il suo rapporto ambivalente con lui con tanti sensi di colpa. Del resto il terapeuta è la figura che ha scelto per essere aiutata e non può farle del male.

3)   Depressione, alla fine la vittima si convince che il suo terapeuta, non può non aver ragione, si rassegna, manifestando una sempre maggiore vulnerabilità e dipendenza.

L “effetto finale” è che tali modalità di azione rischiano di danneggiare il destinatario, o il paziente in questo caso, di confonderlo, portandolo ad instaurare forti rapporti di dipendenza, di inadeguatezza  e, di segnarlo per sempre. Come conseguenza, la persona abusata, ha anche messo a rischio le sue relazioni esterne e, quindi, la sua vita.  Le stesse Singer e Lalich (1998) affermano che a questo punto la disperazione e il peggioramento della salute mentale della cliente, portano il terapeuta a non ritenerla più una ‘persona divertente’ . Egli, temendo qualche reazione da parte del marito, amico o parente della sua cliente, o che della relazione possano venire a conoscenza i suoi colleghi, chiude bruscamente il rapporto ‘professionale’, aggiungendo altri problemi alla cliente, dovuti ad una interruzione improvvisa di un rapporto malato. Non sono rari i casi in cui qualcuna ha anche tentato il suicidio.

Al di là di questi spiacevoli fatti di cronaca, vorremmo comunque sottolineare la correttezza e la preparazione  della grande maggioranza dei professionisti della salute e  soffermarci sulle peculiarità tipiche del lavoro psicoterapeutico, che lo differenziano da tutti gli altri. Lo psicoterapeuta, a differenza di altri professionisti, lavora con  una materia molto complessa e delicata, la psiche umana, e per far ciò instaura un rapporto forte e psicologicamente coinvolgente con il paziente/cliente. La relazione psicoterapeutica, in quanto appunto relazione, prevede dinamiche bidirezionali di coinvolgimento,  essa prevede da parte del paziente/cliente  una motivazione ad intraprendere e proseguire il percorso terapeutico, la disponibilità a mettere a nudo la propria anima, a raccontare se stesso, la sua vita relazionale, la sua vita interiore, la disponibilità a fidarsi e ad affidarsi alle “cure” del professionista.

Lo psicoterapeuta, da parte sua, si  assume la responsabilità di prendere in carico il proprio cliente, di accoglierne la domanda, di accogliere e contenere empaticamente le emozioni, i sentimenti, le sofferenze, i conflitti e di elaborarne insieme a lui i significati profondi, ma non solo, egli porta ineluttabilmente nella relazione terapeutica se stesso, le sue caratteristiche di  personalità, la sua storia di vita, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Un buon percorso di studio, di supervisione e di formazione, anche psicoterapeutica individuale, alla quale sarebbe auspicabile che qualunque scuola di formazione indirizzasse i suoi allievi aspiranti psicoterapeuti, dovrebbe consentire al professionista di gestire al meglio le dinamiche transferali (ciò che il paziente proietta sul terapeuta e nella terapia)  e controtransferali (“ciò che insorge nel terapeuta per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci”, Freud ),  che inevitabilmente emergono nel corso di un processo terapeutico, e di analizzarle all’interno del setting terapeutico insieme al suo paziente/cliente, al fine di coglierne i significati profondi e  renderle agenti propulsivi di crescita e cambiamento.

Al contrario la negazione, la mancata elaborazione o il rifiuto di dinamiche transferali, (possono verificarsi, per esempio, anche casi d’infatuazione o innamoramento del paziente o della paziente nei confronti del proprio terapeuta) potrebbero rappresentare non solo una rottura del rapporto terapeutico ma un ulteriore ferita o trauma alla psiche dei pazienti/clienti.

Non solo emozioni e sentimenti positivi possono essere oggetto di proiezione sul terapeuta o sul paziente, ma anche sentimenti ed emozioni negative. Questi ultimi sono spesso più difficili da accettare ed elaborare e richiedono anch’esse un’elaborazione reciproca paziente-terapeuta all’interno del percorso terapeutico. Alcuni studi recenti (Galeazzi, G. M. and P. Curci, 2003; Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi, Ed 2003;  Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci, 2005) hanno, per esempio, evidenziato alcuni effetti negativi che possono ripercuotersi sulla figura del terapeuta. Sembrerebbe difatti che  la categoria vittimologica  più a rischio di atti di aggressività o molestia da parte di pazienti/clienti, risulta essere proprio quella dei professionisti dell’aiuto. I due autori hanno evidenziato come su 108 tra psichiatri, psicologi e specializzandi osservati, il 20% di loro avesse subìto per almeno un mese una campagna di stalking da parte di pazienti con cui erano entrati in contatto professionale.

Per lo psicoterapeuta ben formato, dovrebbe essere più facile non solo riconoscere queste dinamiche in se stesso e nell’altro, ma anche accettarle e gestirle nella maniera più efficace, nella relazione con il paziente.

La reciprocità delle dinamiche transferali e controtransferali nella relazione terapeutica è ben sintetizzata dalla Heimann (1950) quando afferma: “ la risposta emotiva dell’analista nei confronti del paziente, nella situazione analitica, rappresenta uno dei più importanti strumenti del suo lavoro. Il controtransfert è uno strumento di ricerca nell’inconscio del paziente… Non è stato sufficientemente delineato che si tratta di una relazione tra due persone. Ciò che distingue questa relazione dalle altre non è la presenza di sentimenti in un partner, il paziente, e l’assenza nell’altro, l’analista, ma, soprattutto, l’intensità dei sentimenti provati e l’uso che se ne fa, giacché questi fattori sono interdipendenti”.

– Curci P., G.M. Galeazzi and C. Secchi (Ed). (2003). La sindrome delle molestie assillanti (stalking). (pp. 157-168). Turin: Bollati Boringhieri. SEE BOOK.

– Galeazzi, G.M., K. Elkins and P. Curci (2005). “The stalking of mental health professionalsby patients.” Psychiatric Services 56:137-138.

– Galeazzi, G. M. and P. Curci (2003). Le Molestie Assillanti nella relazione terapeutica in psichiatria.

– Gartrell N. et al (1989), “Prevalence of psychiatrist-patient sexual contact”. In G.O. Gabbard (a cura di), “Sexual exploitation in professional relationships”, Washington, DC, American Psychatric Press

– Heimann P. (1950), On Countertransference, International Journal of Psychoanalysis.

– Lerman H. (1990), “Sexual intimacies between psychotherapist and patients: An annotated biblioghraphy of mental healt, legal and public media literature and legal cases”, Washington, DC, American Psychological Association

– Schoener G. R. et al (1990), “Psychotherapist sexual involvement with clients: intervention and prevention”, Minneapolis

– Singer M.T. e Lalich J. (1998) Terapie indecenti in “Psicoterapie Folli”, Edizioni Erickson

PARERE DEL PROF. GIROLAMO LO VERSO

I) Premetto che il fenomeno, quantitativamente, non sembra molto diffuso ma che risuona molto per la sua odiosità. Premetto, altresì, che qui non è in discussione la sessualità in sé, che è un valore di vita assolutamente positivo. La sessualità, l’eros, come rapporto consenziente tra adulti è, in ogni sua forma, libertà, vitalità e reciprocità. La cosa diventa orrenda quando tale consensualità viene meno per lasciare il passo all’uso ed all’abuso ed alla  manipolazione. Il capoufficio (ma oggi inizia anche al femminile), il docente universitario  o il politico (a livelli più giovanili entriamo nella pedofilia) o il professionista della salute che con lusinghe di carriere, voti, con intimidazioni e manipolazioni, richiede prestazioni sessuali è equiparabile allo stupratore, e forse è ancora più viscido. Il problema, come dicevo, non è certo il sesso in quanto tale. Già, ma allora perché l’abuso è distruttivo e patologico? Perché si esce dallo scambio e dalla condivisione relazionale, dal gioco condiviso e collusivo, dalla ricerca comune di piacere e complicità e si passa alla dimensione del piacere extra-erotico. Foucault aveva ben individuato che la sessualità è un grande potere (è stata la rivincita del femminile insieme alla maternità). Essa, tuttavia, resta fisiologica quando questo potere resta all’interno della sessualità. La seduzione è uno dei motori del mondo. Il se-durre, il portare a sé, sono il gioco uomo-donna ( e non solo) con cui vive l’umanità. Non è un caso che dai nostri studi sulla “psiche mafiosa” è emerso che in questo mondo la sessualità è quasi inesistente e “cumannari è mugghi ri futtiri” (il potere è meglio dello scambio erotico) e l’omofobia è violentissima.

La cosa cambia quando, in qualche modo, si ha a che fare con forme di manipolazione e costrizione che utilizzano strumenti di potere non sessuali. Il problema si pone come particolarmente grave dove ci sono situazioni di squilibrio. Particolare “scandalo” hanno dato, ad esempio, il diffuso (ed ancora poco studiato) fenomeno dei preti pedofili o quello dei potenti politici, per di più malati di prostata, che “comprano” ragazzine a loro volta disponibili a “farsi comprare”, o l’abuso sessuale nelle professioni in cui qualcuno affida i propri problemi e debolezze all’altro, come in medicina o in psicoterapia. Molti anni fa, in quello che forse fu il primo studio semi-empirico che noi abbiamo fatto sulla psicoterapia, con il professore Profita studiammo il lavoro dei maghi. Cercando di vedere che differenza ci fosse tra loro e gli psicoterapeuti. Ne trovammo solo una: l’elaborazione della dipendenza. I maghi, infatti, subiscono una qualche selezione, fanno un training (a volte, più approfondito di quello di alcune scuole), hanno un setting. Lavorano, però, per indurre dipendenza e sottomissione devota. Utilizzano anche, ahimè, molto bene, i fenomeni gruppali (i clienti in sala d’aspetto) per aumentare il loro carisma e la fama di guaritori onnipotenti. Non a caso, soprattutto classicamente, se il mago è un uomo e la cliente una donna giovane, questo sfocia spesso in agiti di tipo sessuale. Già allora ci chiedevamo, però, quanti psicoterapeuti realmente lavorassero per elaborare e superare la dipendenza? Ciò può avvenire o “indossando il camice” e cioè con un atteggiamento di separazione ed un rapporto asettico, o con un’elaborazione di tipo analitico sulla relazione ed i processi transferali. Personalmente ho radicalizzato questo punto proponendo di integrare l’elaborazione freudiana sul transfert e sul controtransfert (ciò che nel terapeuta risuona di ciò che il paziente mette in lui) con quella sul co-transfert (inizialmente proposto dalla scuola di Napolitani). Indico con questo termine ciò che il terapeuta mette, di suo, nella relazione. Per quanto “ben analizzato”, come si dice, il terapeuta ha una sessualità, una cultura, una storia personale, dei bisogni, ecc. Tutto questo non può, non deve, a mio avviso, essere depurato o neutralizzato. La relazione è lo strumento principale per effettuare psicoterapia. Solo una persona ne può curare un’altra. Entrano, però, in ballo cose come la trasparenza relazionale[1], l’etica e la capacità di auto-svelamento del terapeuta, in primo luogo a se stesso. Senza tutto ciò i rischi di manipolazione dell’altro sono sempre presenti. Solitamente, per fortuna, non portano ad agiti sessuali ma, comunque, portano ad inadeguatezza del lavoro di cura. Come possono i pazienti difendersi in questa situazione, vista anche la scarsa attenzione a queste tematiche da parte degli ordini professionali (tranne nei casi eclatanti), delle commissioni ministeriali e delle scuole, delle società scientifiche e delle università? In primo luogo, va verificato che lo psicoterapeuta sia realmente tale, sia formalmente che informalmente (un’infinità di persone fanno cose che richiederebbero invece una psicoterapia professionale), che la formazione e l’esperienza  di questi professionisti sia robusta e qualificata, fatta in scuole serie che propongono un’etica della cura all’interno di modelli chiari, verificati e rigorosi. Ci sono anche formazioni che sono quasi per corrispondenza purché si paghi e “scuole” che non hanno mai fermato un allievo nemmeno se questi ha nuclei psicotici. È stato, comunque, noto il caso di un “filosofo” che faceva “l’analista” e che veniva “assaltato” dalle pazienti. Potenza del transfert (o della manipolazione) visto che pare fosse assai bruttino ma, soprattutto, malato di narcisismo. È anche da valutare se le eventuali denuncie sono più una patologia della relazione che un reale abuso, dove quindi la “colpa” è più nell’incompetenza professionale che nelle molestie. Senza dimenticare il rischio di ingiuste diffamazioni, (una volta è realmente successo, come ho), come ho potuto verificare in qualche perizia.

Detto questo, va anche ricordato che, nel campo della psicoterapia, l’Italia è piena di professionisti seri, di studiosi attivi ed attenti, di persone che hanno fatto una seria formazione e la cui deontologia professionale è elevata. Il tema degli agiti sessuali ne rilancia un altro: quello della cura personale del terapeuta. Su questo ci sono almeno due soluzioni (escludendo quegli intrattenimenti chiamati “analisi” che consistono in 50 ore di discussione fatte all’interno della stessa scuola, un utile momento maturativo che però non può però essere considerato come un’analisi personale che curi il futuro curante.). Una è quella analitica: solo l’analisi personale può consentire una conoscenza degli aspetti inconsci di sé che eviti gli agiti seduttivi e manipolativi o, comunque, incontrollabilmente narcisistici del terapeuta (aggiungo che ciò è ancora più rilevante nei setting di gruppo per la loro forma e radicalizzazione relazionale). L’altra è quella degli orientamenti cognitivi e sistemici nei quali la relazione è cura dell’altro e sull’altro ( quasi di tipo medico pur con epistemologie e diagnostiche assai diverse) e quindi il problema è che ciò sia professionalmente ben impostato e funzionale). Sono posizioni rigorose entrambe, purchè si definiscano con chiarezza tempi, limiti e obiettivi di ogni trattamento. Ad esempio, una terapia breve non è gestibile con la relativa non direttività analitica e viceversa, una lunga implica la gestione di processi relazionali e transferali profondi. Come si vede, il problema porta alla gestione dell’etica che implica consapevolezza delle metodologie adoperate rispetto agli obiettivi, di sé e del proprio mondo interno ed emotivo rispetto alla relazione, della centralità della vita e della sofferenza dei pazienti, delle possibilità e limiti della formazione, dei propri bisogni psichici (e non solo) che entrano in ballo nel lavoro di cura. Implica l’umiltà di chiedere aiuto a colleghi senior in caso di difficoltà e l’attenzione profonda ed eticamente rigorosa di una comunità professionale che non può stare a guardare le cose non deontologiche che accadono. A mio avviso, in realtà, più spesso ci sono problemi nella mancata cura o nella gestione narcisistica della relazione, che nelle molestie sessuali agite fisicamente. A mio avviso, la formazione alla competenza relazionale ed alla conoscenza di sé e quella all’etica professionale vanno di pari passo.

II) Come accennavo, sin da Freud si è ritenuto che fosse centrale la cura preliminare di se stessi per poter effettuare un lavoro psicoterapico. In maniera più laica ciò che resta, a mio avviso, fondamentale, si sta allargando oggi anche alle più serie scuole non analitiche. La psicoterapia, soprattutto se non breve, si basa su processi che definisco di co-transfert e cioè, di ciò che il paziente ed il terapeuta mettono nella relazione di se stessi, del proprio mondo familiare interno, della propria storia e cultura, ecc. E’ quindi fondamentale, che il terapeuta sia il più possibile consapevole di ciò che accade nella relazione, nel paziente ed in lui, di cosa scatta rispetto alla sessualità ( cosa che va professionalmente elaborata perché sia di aiuto ai pazienti). La formazione deve rendere consapevoli emotivamente e cognitivamente del fatto che la sessualità finisce col rappresentare tutti i simboli della vita. In un certo senso, non esistono problemi sessuali (tranne che per questioni biologiche di competenza non psicoterapiche). In realtà, dietro le difficoltà sessuali ci sono paure o rabbie relazionali interne rispetto all’altro sesso, all’abbandono inconscio del nucleo familiare ( che si può amare o odiare troppo) e delle sue certezze (che si esprime spesso nei disturbi alimentari e nel panico). Un mio paziente, ad esempio, poteva far sesso con la moglie anziana, e non con la giovane amante. Un altro, poteva masturbarsi ma non concedere eiaculazioni alla fidanzata. Alcune donne vivevano rapporti anali ed orali ma evitavano quelli vaginali. Tutte cose, come si vede, che dipendono da vissuti simbolici, psicologici, e relazionali, e non dal sesso in senso stretto. È chiaro che un terapeuta (o chiunque abbia una posizione di potere) che agisce sessualità con i pazienti è un persona sostanzialmente malata, che cerca di usare la situazione per “curare” i propri problemi, sottomettere l’altro al proprio potere. Per entrambi (terapeuta e paziente) c’è una sorta di “fuga dalla relazione terapeutica” per passare ad un rapporto di reciproca manipolazione. È chiaro che c’è una forte violazione della deontologia professionale (ma, in misura minore, c’è anche un gioco seduttivo non espresso  e non elaborato) che è incompatibile con la professione di psicoterapeuta. Il danno al paziente può essere notevole. Si tratta di persone con fragilità e storie di problemi e sofferenze psichiche. Facilmente (come accade alle donne violentate) possono sentirsi in colpa, perdere speranza nella psicoterapia, avere conferma del pessimismo esistente rispetto all’umanità che spesso i problemi psichici già inducono.

 

 


[1] Lo Verso G., Di Blasi M., Gruppoanalisi oggettuale. Cortina, Milano 2011.

 

FONTE: Osservatorio di Psicologia Nei Media

 

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A cura di Lorita Tinelli