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La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura di intervento

30 Gen

Convegno Internazionale di Shenzhen sugli Studi dei Culti 2010
Pubblicato dall’Istituto di Studi Religiosi dell’Accademia di Scienze Sociali di Shanghai
Autore: Rick Alan Ross

Ringraziamo Rick Alan Ross, che ci ha permesso di tradurre questo suo intervento:

You may translate my article regarding cult deprogramming. But full attribution and copyright notice must be posted. Copyright © 2010 Rick Ross”

L’originale è al seguente indirizzo

http://www.cultnews.com/?p=2421 (

© Traduzione in italiano a cura di Lidia De Stefanis, editing di Lorita Tinelli . CeSAP – 2011

 

Il mio lavoro sulla deprogrammazione dai culti ha avuto inizio nel 1982. A quell’epoca ero profondamente interessato ad un gruppo che si era infiltrato in una casa di cura dov’era ospite mia nonna ottantaduenne.

Il gruppo aveva chiesto espressamente ai suoi membri di cercare lavoro come professionisti retribuiti presso la casa di cura, con l’ulteriore intenzione di puntare ai residenti per l’assunzione.
Mia nonna mi informò di questa situazione. E lavorando con l’amministratore della casa di cura individuammo i membri del gruppo in organico, che successivamente vennero allontanati.
Questa esperienza personale mi ha introdotto nell’universo dei gruppi religiosi radicali e dei culti. Poi sono diventato attivista e organizzatore di comunità anti-culto.
In questo periodo sono stato nominato membro di due comitati nazionali e successivamente mi è stato chiesto di entrare a far parte dello staff di professionisti del dipartimento per i servizi sociali a Phoenix, in Arizona.
In tale ambito non era raro che i genitori portassero un figlio adulto, generalmente studente universitario, nel mio ufficio per consultarmi riguardo al coinvolgimento in un gruppo radicale o in un culto.
Solitamente lavoravo con le famiglie, spesso in sinergia con il nostro psicologo in organico e/o con gli assistenti sociali, nello sforzo di liberare l’individuo da ogni ulteriore coinvolgimento nel culto. Non sapevo, all’epoca, che questa procedura d’intervento fosse definita “deprogrammazione”.
Negli anni ’80 sono stato impegnato in circa 100 interventi riguardanti gruppi assimilabili ai culti.
Le famiglie solitamente arrivavano a me attraverso il dipartimento dei servizi sociali citato prima, un ufficio educativo di comunità che aveva assunto anche me, o venivano indicate dal clero locale, dagli educatori e dai leader di comunità.
In questo periodo ho lavorato principalmente nell’ambito della comunità ebraica, sebbene più che altro attraverso convegni sull’argomento e scambi professionali, e sono venuto a conoscenza di una rete di attivisti anti-culto e professionisti d’aiuto in tutti gli Stati Uniti.

La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura d’intervento

Proprio attraverso la mia interazione con quanti essenzialmente facevano lo stesso lavoro ho poi imparato che il tipo d’intervento che stavo svolgendo veniva comunemente denominato “deprogrammazione”.
Margaret Singer, citata spesso come importante esperta sul lavaggio del cervello e sui culti, definiva la deprogrammazione come il “dare ai membri informazioni sul culto e mostrare loro come fossero stati privati del loro stesso potere decisionale ”.
Nel corso degli anni è stato continuamente affinato e migliorato il procedimento fondamentale del condividere l’informazione e del dimostrare ai membri dei culti come il potere di persuasione possa aver compromesso la loro facoltà di pensiero critico e autonomo. In realtà, il termine stesso “de- programmazione dai culti” è diventato in un certo senso inadeguato.
Oggi la maggior parte dei professionisti coinvolti nel lavoro d’intervento sui culti preferiscono altre “etichette” per descrivere il loro operato. Per esempio, “exit counseling” (o “assistenza di uscita”), “ consulenz a sulla riforma del pensiero ”, o “ terapia d’intervento strategico”.

Molti credono che il termine “deprogrammazione dai culti” possa essere applicato correttamente solo agli interventi senza il consenso degli interessati.
Comunque, la semplice definizione data dalla Singer resta la comprensione più saliente ed essenziale del procedimento di fuoriuscita delle persone dai culti distruttivi, attraverso un intervento mirato.

La deprogrammazione senza consenso sugli adulti non si pratica più negli Stati Uniti.

Gli unici interventi senza consenso che continuano, riguardo ai culti nel Nord America, si riferiscono ai minori, sotto la diretta supervisione del genitore affidatario. Legalmente non è consentito altro, anche se per un breve periodo di tempo, negli anni ’70, con una sentenza del Tribunale definita “conservatrice”, la deprogrammazione senza consenso fu invece praticata in soggetti adulti.

Nel 1986 ho cominciato a lavorare privatamente, vale a dire come consulente privato e specialista d’interventi sui culti. Negli ultimi 24 anni sono stato impegnato in centinaia di tentativi
d’intervento. Il mio lavoro mi ha portato in giro per gli Stati Uniti, in Canada, Italia, Svezia, Inghilterra, Irlanda e Israele.

Ho continuamente sviluppato e affinato il mio approccio all’intervento. L’elemento fondamentale, così come definito dalla Singer, rimane lo stesso, ma i dettagli di quel procedimento si sono evoluti, specialmente in considerazione del fatto che si sono resi disponibili i nuovi ritrovati della tecnologia informatica, come l’accesso alle informazioni via Internet.
Negli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90 l’informazione veniva veicolata ai membri dei culti, durante gli interventi, tramite libri, video e l’interazione diretta con gli ex-membri.
Oggi il procedimento d’informazione è stato principalmente influenzato dall’avvento di Internet, dei video in streaming, delle teleconferenze, dei DVD ed altre tecnologie. Questi sviluppi hanno notevolmente facilitato la raccolta, l’organizzazione e la presentazione delle informazioni in vista di un intervento.
La mia preparazione, la presentazione e l’approccio comunicativo sono stati affinati e migliorati nel corso degli anni. La mia speranza, nel presentare questa relazione, è che io possa condividere con voi la struttura fondamentale e il contenuto del mio approccio in un linguaggio sintetico e chiaro. Attraverso la condivisione del mio approccio, probabilmente potremo capire meglio e accelerare lo sviluppo del lavoro d’intervento sui culti.

La preparazione
Il primo passo nel procedere a qualunque intervento è la preparazione.
Dopo che una famiglia, un coniuge o qualcuno che sia interessato, mi contatta richiedendomi un intervento, devo valutare la situazione ed elaborare una scheda.
Essa include un questionario preliminare composto da circa 50 domande, riferite specificatamente al background dei singoli membri dei culti, alla storia del loro coinvolgimento e alle preoccupazioni specifiche per la situazione immediata.
Inoltre, raccoglierò anche informazioni per la mia scheda, che è specifica sul gruppo e/o leader in questione.
Molto spesso seguirà una serie di colloqui telefonici.
Poi ci sarà un incontro in presenza, solitamente nel giorno che precede l’inizio dell’intervento.
In questo procedimento di preparazione, la famiglia individua chi sarebbe più adatto a partecipare all’intervento: cioè, quali familiari e/o amici hanno più rispetto, ammirazione e ascendente sul soggetto coinvolto nel culto.
Un risultato evidente del procedimento di preparazione è quello di determinare quali persone siano più adatte come membri della squadra d’intervento.

Dopo aver individuato e formato la squadra, ecco ciò che di solito si discute nell’incontro finale
di preparazione:
– Quali sono le regole dell’impegno?
– Quali sono i limiti e i parametri della partecipazione?
– Quale ruolo avrà ogni familiare o amico?
– Che cosa dovrebbero o non dovrebbero dire?
– Come inizierà, procederà e finirà l’intervento?
Il ruolo fondamentale di ciascun familiare e amico si può sinteticamente considerare focalizzato su due obiettivi primari.

Essi sono:
1. Essenzialmente ancorare il soggetto coinvolto nel culto, cioè trattenerlo contribuendo a creare un’atmosfera di sostegno basata sulla fiducia e la comprensione radicate nel tempo. Per dirla in maniera semplice, il membro del culto non si coinvolgerà nel procedimento d’intervento per fare un piacere a me, poiché io sono un perfetto sconosciuto. Ma il soggetto rimarrà per rispetto nei confronti dei suoi familiari, amici ed altri interessati. Questo è di vitale importanza, perché ogni intervento su un adulto è su base volontaria e quindi dipende dal suo consenso e dalla sua collaborazione continuativa. Nella fase di preparazione si discutono possibili scenari e/o potenziali situazioni. Per esempio, il soggetto può arrabbiarsi, alzarsi e tentare d’andarsene.
Come si dovrebbe far fronte a questo? Chi sarebbe più efficace nel convincerlo a non andare e a rimanere?
2. I familiari e gli amici sono lì anche per fornire una testimonianza diretta di prima mano; vale a dire, che cosa hanno visto e osservato di preoccupante riguardo al recente comportamento della persona coinvolta nel culto? In vari momenti nel corso di un intervento, un membro del culto può negare. Poiché io non ho assistito a quanto accaduto, faccio affidamento sui familiari
e gli amici lì presenti a condividere le loro esperienze, per contrastare ogni tentativo di oscurare o negare fatti concreti che fanno da contorno alla situazione.

Dobbiamo anche discutere e definire i nostri ruoli.

Qual è il ruolo dello specialista dell’intervento?
Quando è opportuno ed efficace che familiari e amici intervengano con le loro opinioni, testimonianze e preoccupazioni?
Normalmente consiglierò alla famiglia di concedermi di presentare il contenuto principale delle informazioni, conducendo e/o facilitando la discussione.

 

L’intervento
Un intervento relativo ai culti dura in media dai 3 ai 4 giorni, esclusi il viaggio e la preparazione.
Questo significa dalle 24 alle 32 ore circa di lavoro, spalmate su 8 ore al giorno escluse le pause.
Più tempo ho a disposizione, più aumentano le probabilità che il membro del culto lasci il gruppo.
Circa il 75% dei miei interventi si è concluso con un successo; cioè, il soggetto che era l’obiettivo dell’intervento ha deciso di lasciare il culto entro la conclusione della procedura d’intervento.

La maggior parte dei miei insuccessi è avvenuta nel primo giorno o comunque entro le prime 24 ore dell’intervento.
Pochissimi membri di culto con i quali ho lavorato per 3-4 giorni hanno scelto di continuare con il gruppo. In definitiva ciò significa che quanto maggiore è il tempo a mia disposizione, tanto maggiori sono le probabilità che l’intervento abbia successo.
Un intervento è un dialogo o discussione continuativa. Durante tale discussione tutti i presenti offrono le loro impressioni, osservazioni e opinioni. Il mio ruolo consiste nel condurre e facilitare la discussione in corso, spesso dirigendo e focalizzando l’attenzione su particolari punti.
Vi sono 4 blocchi o aree di discussione essenziali per il completamento di un intervento efficace e potenzialmente riuscito.
Questi blocchi di discussione preferibilmente possono essere sviluppati nell’ordine che segue, ma la sequenza può essere modificata durante l’intervento, a seconda dell’interesse e dell’attenzione del soggetto coinvolto nel culto.

I quattro blocchi di discussione sono:
1. Qual è la definizione di culto distruttivo?
2. Come funziona realmente il processo di persuasione coercitiva o riforma del
pensiero?
3. Qual è la storia del gruppo e/o leader che ha suscitato preoccupazione?
4. Quali sono le preoccupazioni della famiglia?

Primo blocco di discussione: definire un gruppo distruttivo
La discussione specifica sulla definizione di culto distruttivo è basata su una definizione fornita dallo psichiatra Robert Jay Lifton. Essa è precisa e obiettiva, basata sul comportamento del gruppo, anziché sulle sue credenze.
Lifton afferma che i culti sono caratterizzati da 3 elementi:
1. un leader carismatico che diventa sempre più oggetto di venerazione, mentre i princìpi
generali che possono aver originariamente permeato il gruppo perdono rilevanza;
2. un procedimento che io chiamo persuasione coercitiva o riforma del pensiero;
3. lo sfruttamento economico, sessuale o d’altro tipo dei membri del gruppo da parte del
leader e dalla ristretta cerchia dominante.

Il primo criterio è che il gruppo può essenzialmente essere visto come un’entità guidata dalla personalità di un capo vivente e totalitario. Egli / Ella è il perno del gruppo e la sua forza trainante. Tutto ciò che lui/lei definisce giusto è giusto, e tutto ciò che lui/lei ritiene sbagliato è sbagliato. I membri del gruppo, quindi, in definitiva abdicano alla loro facoltà di giudizio autonomo, come atto di deferenza nei confronti del leader.
Nell’ambito dell’intervento si forniscono esempi o profili di leader storici dei culti e del loro potere personale.
Per esempio, si possono citare figure note come Jim Jones, David Koresh, Shoko Asahara e Charles Manson. Lo scopo è quello di stabilire un filo conduttore e una base storica per la comprensione di ciò che caratterizza il leader di un culto distruttivo.
Si possono anche vedere dei documentari in DVD, che riportano la storia di particolari leader dei culti.
Poi argomento della conversazione è come quel particolare gruppo e/o leader su cui è incentrato l’intervento possa in un certo senso allinearsi alla definizione stabilita e agli esempi storici forniti.
La discussione potrebbe poi vertere sulla domanda se esista una significativa responsabilità che limiti o ponga fine al potere del leader.
Ci sono dei confini chiari riguardo alla sua influenza?
Il leader ha mai torto?
Può essere seriamente messo in discussione o contraddetto?
Se il leader può realmente essere messo in discussione, contraddetto o avere torto, quali sono gli esempi specifici?

A questo punto si potrebbe fare qualche semplice osservazione sull’argomento della riforma del pensiero quale modello di comportamento che dimostra una mancanza di pensiero autonomo e individuale.
Si potrebbe anche prospettare la considerazione che i membri del gruppo fanno cose che non sono nel loro miglior interesse, ma in quello del gruppo.
Il giudizio conclusivo è che il gruppo fa del male e quindi può essere considerato un culto distruttivo.

La natura distruttiva dei gruppi varia per grado a seconda del gruppo.
Alcuni gruppi possono essere più distruttivi di altri.
La discussione qui si sposta su quale danno specifico il gruppo in questione abbia cagionato.
A questo punto si può produrre la documentazione a conferma di una serie di lamentele e danni procurati nel corso del tempo, quali si evidenziano in notizie già pubblicate, documenti dei Tribunali e altre fonti.
Inoltre, i familiari e le altre persone interessate presenti all’intervento possono offrire i loro punti di vista.
Di nuovo, si possono tracciare punti di contatto tra i culti ormai saldamente radicati e il gruppo di cui si sta discutendo.

Secondo blocco di discussione: “Come funziona il processo di persuasione coercitiva o riforma del pensiero?”
La discussione sulla persuasione coercitiva e le tecniche di riforma del pensiero si basa sugli scritti di Robert Jay Lifton, della psicologa Margaret Singer, del sociologo Richard Ofshe e del docente di Psicologia Robert Cialdini.

Le opere di questi esperti formano una base per la discussione.
Nello scritto di Ofshe “La persuasione coercitiva e il cambiamento comportamentale” l’autore presenta 4 fattori chiave che distinguono la persuasione coercitiva dagli altri modelli di formazione e socializzazione.
1. Fare leva su un aggressivo attacco interpersonale e psicologico per destabilizzare l’autostima del soggetto e indurre accondiscendenza
2. L’uso di un gruppo di pari organizzato.
3. Esercitare pressione interpersonale per promuovere il conformismo.
4. La manipolazione di tutto l’ambiente sociale della persona per stabilizzarne il comportamento, una volta modificato.

Questi fondamentali fattori di gruppo si possono stratificare ed espandere nel corso della discussione.

Si esaminano anche gli otto criteri di Lifton, così come delineati nel suo libro “La riforma del pensiero e la Psicologia del Totalitarismo”, che sono usati per accertare la presenza di un programma di riforma del pensiero.
1. “Controllo dell’ambiente”, che Ofshe descrive come controllo dell’ambiente e della comunicazione.
2. “Manipolazione mistica”, che Ofshe spiega come manipolazione emotiva e comportamentale praticata sotto forma di credenze e pratiche del gruppo.
3. “Richiesta di purezza”, o quel che Ofshe descrive come richieste di assoluto conformismo al comportamento così come prescritto e derivato dall’ideologia del gruppo.
4. “Culto della confessione”, ciò che Ofshe vede come ossessive richieste di confessioni individuali e di gruppo, che in definitiva rendono i singoli soggetti completamente vulnerabili, trasparenti e senza il senso della riservatezza.
5. “La scienza sacra”, che Ofshe spiega come l’accordo sul fatto che l’ideologia del gruppo sia assolutamente perfetta, senza incrinature, o ciò che Lifton definisce la sua visione definitiva della struttura di tutta l’esistenza umana.
6. “Linguaggio manovrato”, spiegato da Ofshe come la manipolazione del linguaggio spesso caratterizzato da clichés dogmatici, che sostituiscono il pensiero critico e analitico.
7. “La dottrina al di sopra della persona”, ulteriormente descritto da Ofshe come la reinterpretazione dell’esperienza e delle emozioni umane visto attraverso la lente della dottrina del gruppo, in linea con i suoi dettami.
8. “Il classismo esistenziale”, che Ofshe vede come la classificazione di quanti non condividono le credenze del gruppo come esseri inferiori e indegni di rispetto.

Poi bisogna fare delle distinzioni tra il processo di persuasione coercitiva o riforma del pensiero e altre forme di persuasione come l’istruzione, la pubblicità, la propaganda e l’indottrinamento.
Margaret Singer ha elaborato una tabella in cui queste diverse forme di persuasione sono delineate ed espresse in categorie quali il punto centrale del corpus delle conoscenze, la direzione e il grado di scambio, la capacità di cambiare, la struttura della persuasione, il tipo di relazione, l’illusorietà, l’ampiezza dell’apprendimento, la tolleranza e la metodologia.
E’ importante discutere di queste distinzioni per chiarire che la riforma del pensiero è una categoria di persuasione unica e a sé stante che, a differenza delle altre forme di persuasione, può essere vista come coercitiva ed anche deliberatamente ingannevole.
Nel suo schema la Singer si è anche soffermata sui tre stadi della persuasione coercitiva, come sono stati definiti da Edgar Schein, autore ed esperto in tecniche di persuasione.

Schein,docente presso il MIT (Massachusets Institute of Technology, N.d.T.), ha individuato 3 semplici
livelli di persuasione coercitiva:
1. “Lo scongelamento”, o ciò che Singer descrive come “la destabilizzazione del senso di sé”. Questo processo include il “mantenere la persona nell’inconsapevolezza di ciò che sta accadendo e dei cambiamenti che stanno avvenendo. Controllare il tempo di una persona, e possibilmente il suo ambiente fisico. Creare un senso di impotente e segreta paura, nonché di dipendenza. E sopprimere gran parte del vecchio comportamento e delle abitudini della persona”.
2. “Il cambiamento”, o quel che Singer spiega come “condurre la persona a reinterpretare drasticamente la storia della sua vita e alterare radicalmente la sua visione del mondo, accettando una nuova versione della realtà e del nesso di causalità”.
3. “Ricongelamento”, o come dice la Singer “affermare un sistema di logica chiuso; non consentire alcun contributo reale o alcuna critica”. In definitiva questo culmina in ciò che Singer descrive come una persona ‘congelata’ o “dipendente totalmente dall’organizzazione, un militante”.
Si possono anche mostrare dei documentari in DVD in questo frangente della procedura d’intervento, per far vedere in azione queste tecniche specifiche di persuasione coercitiva.
Questi DVD potrebbero includere notizie riguardanti i culti distruttivi che riferiscano del loro comportamento interno. E anche delle ricerche sugli stati di suggestione che si possono raggiungere attraverso l’ipnosi, l’induzione in trance, la meditazione, lo yoga, il canto corale e la ripetizione di vari esercizi fisici.
Questi stati di suggestionabilità come possono essere manipolati attraverso l’uso di metafore guidate, ordini indiretti, pressione dei pari, comportamento modellante e manipolazione emotiva?
La discussione poi si focalizza su come questi criteri e tecniche di persuasione coercitiva siano espressi dal gruppo in questione.

I partecipanti all’intervento offrono le loro intuizioni e punti di vista su come il gruppo attui questi criteri.
Si passa in rassegna anche un riepilogo delle tecniche di condizionamento più in generale.
Questa discussione si basa sugli scritti di Robert Cialdini, autore del libro “Il condizionamento”.
In questo libro Cialdini, docente di Psicologia presso l’Università statale dell’Arizona, presenta quelli che definisce i “6 princìpi del condizionamento”.
Essi sono:
1. “La regola della reciprocità”, che richiede che una persona cerchi di ripagare ciò che ha ricevuto da un’altra. Singer spiega che questa regola può essere distorta dai culti. Vale a dire, il culto dà un senso di sicurezza, di salvezza, di benessere e di amore, ma si aspetta che i suoi devoti contraccambino con l’assoluta obbedienza e arrendevolezza.
2. “Impegno e coerenza”, che si esprime nel desiderio di apparire coerenti nelle parole, nelle credenze, negli atteggiamenti e nelle azioni: tutto ciò è apprezzato dalla società. Singer spiega che un culto può ribaltare questa regola e far sentire in colpa i membri ogni qual volta essi vengano meno allo svolgimento coerente dei doveri e degli obblighi negli impegni presi col gruppo.
3. “Approvazione sociale”, un mezzo usato per determinare ciò che è giusto osservando quel che gli altri intorno a noi ritengono tale. In un ambiente di culto Singer spiega che “se ti guardi intorno nel gruppo, vedrai persone che si comportano in un certo modo. Tu imiti ciò che vedi e presumi che tale comportamento sia adeguato, buono e atteso”. Singer inoltre chiarisce che questa regola può essere usata nell’ambiente del culto per stimolare l’accondiscendenza.
4. “Il gradimento”: le persone preferiscono dire sì ad individui che conoscono e che a loro piacciono. Ma la Singer spiega che i neofiti del culto possono essere fatti oggetto di amore apparentemente incondizionato, che viene frequentemente definito “love bombing” (“bombardamento d’amore”). Questo fa sentire i membri del gruppo desiderati e amati, e li spinge a simpatizzare con le persone nel gruppo. Essi poi sentono che, siccome nutrono simpatia o amore per queste persone, dovrebbero accondiscendere ai loro desideri e suggerimenti ed essere obbedienti.
5. “L’autorità”: c’è forte pressione nella società in favore dell’arrendevolezza nei confronti di una figura autoritaria. Singer spiega che questa tendenza a rispettare l’autorità può essere facilmente applicata al leader del culto che rivendica una conoscenza e un potere superiori, e una missione speciale. I membri accolgono il leader come suprema autorità.
6. “La mancanza”: le persone attribuiscono più valore alle opportunità se queste sembrano essere meno disponibili. Singer sostiene che se ai membri viene detto che senza il gruppo perderanno l’opportunità di vivere senza stress, di raggiungere la consapevolezza universale e la beatitudine, di cambiare il mondo, di avere la facoltà di tornare indietro nel tempo, tutto ciò che il gruppo offre è cucito su misura per apparire essenziale. Il gruppo può anche esemplificare questa regola rivendicando l’esclusività, cioè non esiste nessun altro gruppo che offra lo stesso e/o un equivalente percorso di appagamento.
La discussione ancora una volta s’incentra su come il culto in questione metta in atto questi princìpi o regole di condizionamento.
A questo punto si può dare una scorsa al materiale prodotto dal gruppo, che fornisca gli esempi.
I partecipanti all’intervento possono anche portare la loro esperienza di prima mano riguardo al gruppo e ai suoi leader, che esemplifichi questi punti.

Terzo blocco di discussione: “Qual è la storia specifica del gruppo o del leader?”
A questo punto viene esaminato il gruppo che ha suscitato preoccupazioni.
Qual è la sua storia unica e particolare?
Qual è il retroterra culturale e la storia personale del suo o dei suoi leader?
L’obiettivo in questo frangente della procedura d’intervento è rivedere la storia del gruppo, focalizzare l’attenzione e discutere su qualunque cosa possa essere stato nascosto ai membri dal gruppo e/o dal suo leader.
Quali eventi sono accaduti che possano essere stati falsamente interpretati o propagandati dal gruppo?
Questo processo è attualmente spesso facilitato dall’accessibilità delle informazioni attraverso Internet.
Qualunque documento sul gruppo e/o leader sia stato elaborato, ora verrà discusso.

A questo punto si possono rivedere vari ritagli di stampa, documenti storici o della magistratura, notiziari televisivi e/o documentari sul gruppo e/o leader.
La discussione, che si sviluppa spostandosi in avanti e all’indietro, si concentra sempre più su come la famiglia vede la storia del gruppo e il coinvolgimento specifico del soggetto in questione. I partecipanti all’intervento possono aggiungere importanti informazioni di prima mano su ciò che ritengono degno di nota, riguardo al gruppo.
Questo procedimento concede al membro del culto un’opportunità unica di valutare ed esaminare criticamente il gruppo stesso e la sua storia, all’esterno di ciò che molto probabilmente è un ambiente fortemente controllato. Forse per la prima volta il membro del
culto ha una cornice esterna di riferimento, e un riscontro da diverse angolazioni non controllate dal gruppo.
Quarto blocco di discussione: “Quali sono le specifiche preoccupazioni della famiglia?”
A questo punto i familiari e gli altri interessati esprimono perché ritengono importante attuare l’intervento e avere una discussione.
Essi spiegano in dettaglio, basandosi sulle loro osservazioni dirette, perché il coinvolgimento nel gruppo sembra loro problematico o perfino potenzialmente rischioso e/o pericoloso.
Per esempio, le aree di preoccupazione potrebbero includere le richieste finanziarie avanzate dal gruppo, la comunicazione carente e filtrata, il crescente isolamento, le condizioni di vita precarie, le mancate cure mediche, il comportamento illegale, l’abuso sessuale, l’abuso e l’incuria nei confronti dei bambini, la violenza attuale o potenziale e/o l’instabilità psicologica ed emotiva piuttosto evidente.
Ciascun partecipante all’intervento offre adesso il suo punto di vista personale.
Esempi ricchi di aneddoti spiegano come queste preoccupazioni siano diventate evidenti.
Questa è spesso la fase più incerta, difficile e coinvolgente nel corso dell’intervento.
Il mio ruolo in questo frangente è quello di attirare l’attenzione su come il gruppo possa aver causato e/o esacerbato i problemi e le situazioni personali.
Per esempio, l’intervento può essere stato sollecitato da una crisi particolare causata dal coinvolgimento nel culto. Si potrebbe trattare di una separazione o divorzio imminente, un tracollo economico, una malattia grave ma non curata e/o qualche tipo di azione legale incombente, o preannunciata, relativa al culto.

Esempi di casi

Di seguito indico alcuni esempi di specifici casi d’interventi recenti negli Stati Uniti e in Canada.
Sono inclusi due casi con esito positivo, uno con risultati parzialmente positivi, e un altro con esito decisamente negativo.

L’Istituto [T]
Sono stato consultato da un marito preoccupato per il coinvolgimento di sua moglie in un gruppo neo-orientale chiamato “Istituto [T]”, con sede a […], in California.
La coppia era sposata da più di 10 anni e aveva due figli, di 7 e 9 anni.
La moglie, trentanovenne, aveva fatto parte del gruppo per circa 2 anni. Era in possesso di Laurea di secondo livello e aveva lavorato nel settore privato come dirigente del settore marketing. Comunque, per dedicarsi ai loro due bambini, aveva rinunciato al lavoro per fare la casalinga a tempo pieno. Questo, in ultima analisi, aveva minato l’autostima della donna e scalfito il senso della sua identità di persona.
Inizialmente, incoraggiata da un’amica, aveva frequentato corsi di yoga all’Istituto [T]. La sua motivazione era la cura della forma fisica, attraverso un’attività regolare. In un primo tempo non capì che [T] era un gruppo religioso. Ma man mano che le lezioni continuavano, divenne chiaro che il gruppo non era semplicemente un luogo per l’esercizio fisico, ma piuttosto un gruppo con
un leader spirituale e un particolare sistema di credenze. I membri del gruppo mostravano un’estrema deferenza e devozione al loro guru [il sig. R.], noto anche come “[D.S.]”.

Il sig. R. aveva una struttura in Tailandia, oltre all’Istituto T in California.
Il coinvolgimento della moglie era costantemente aumentato, fino a causare conflitti all’interno della vita familiare.
I bambini venivano trascurati per colpa dei suoi impegni pressanti e crescenti in Istituto.
Alla fine, dopo molte discussioni accese, la coppia si è separata.
La moglie ha lasciato la casa coniugale e ha preso un appartamento in un palazzo occupato dai membri di [T].
Dopo aver assunto l’incarico per questo lavoro, ho consigliato al marito di smettere di litigare sul coinvolgimento della moglie nell’Istituto, di scusarsi per le discussioni alterate che potevano aver avuto e filtrare le sue conversazioni future, eliminando ogni elemento negativo.
Dopo aver fatto questo per settimane, la frizione è diminuita e il loro rapporto è diventato sempre più disteso.
La coppia è rimasta separata, ma ha voluto di comune accordo concedersi una vacanza familiare alle Hawaii per Natale.
Al ritorno dalle Hawaii, il marito mi ha chiesto urgentemente di volare in California e assumermi l’impegno dell’intervento.
Sua moglie lo aveva avvertito che il primo gennaio si sarebbe trasferita in un ambiente più controllato, nell’ambito dell’alloggio del gruppo.

Immediatamente volai in California per cominciare il mio lavoro.
Al mio arrivo mi sono incontrato con il marito e i familiari di sua moglie, inclusi nella squadra d’intervento. Questa includeva i genitori della moglie e suo fratello.
Ho indicato alla famiglia cosa dire e cosa non dire rispettando i parametri della loro partecipazione.
La famiglia è stata incoraggiata ad esprimere osservazioni dirette sulle sue preoccupazioni, ma senza essere litigiosa, accusatoria o inutilmente aggressiva.
Abbiamo anche discusso su chi aveva la migliore presa emotiva, che potesse trattenere la moglie dall’andarsene. Abbiamo ragionato e anche fatto le prove per vedere come far fronte ad ogni tentativo improvviso della moglie di interrompere bruscamente l’intervento e andarsene.
Ho anche rivisto con la famiglia le nostre aree di conversazione, che avremmo esplorato nei giorni a venire. Mi hanno posto domande sul nostro piano di lavoro, le pause, il cibo e su che cosa fare nelle serate tra un giorno e l’altro nel corso dell’intervento.
Abbiamo impiegato diverse ore per la procedura di preparazione, il giorno prima che l’intervento avesse inizio.
Si è elaborato un piano che prevedeva che il marito chiedesse alla moglie di andare nella loro casa per badare ai bambini, mentre lui era impegnato in un incontro di lavoro.
Ma quando lei è arrivata nella casa coniugale, i suoi genitori, il fratello ed io eravamo lì ad aspettarla, mentre i bambini venivano accuditi altrove da parenti.

Immediatamente la moglie capì che questo era un tipo d’intervento familiare. Reagì rabbiosamente e inizialmente rifiutò di partecipare, ritirandosi di corsa in garage. La moglie fu immediatamente seguita dai suoi genitori. Preparati dal giorno prima, la supplicarono di tornare e chiarire le cose. Dopo circa 30 minuti tornò.
A questo punto il marito mi presentò come consulente incaricato di facilitare l’incontro e offrire il parere di un esperto. La moglie mi pose domande sul mio background, la mia esperienza e lo scopo finale dell’incontro.
Ho spiegato che l’obiettivo dell’intervento era condividere le informazioni nel tentativo di presentare prospettive ed opinioni alternative e spiegare le preoccupazioni.
Fu sottolineato da tutti i presenti che la decisione finale di separarsi, divorziare e/o continuare con il gruppo spettava a lei. Abbiamo espresso la speranza che parte del suo processo decisionale tenesse anche in considerazione le ricerche rilevanti, e la nostra condivisione delle informazioni e della discussione.
Ho parlato della mia esperienza pluriennale nel trattare gruppi controversi e movimenti simili all’Istituto [T]. Ho evidenziato che avevo visionato materiale prodotto dall’Istituto e dal suo leader, in merito alla sua storia, alla struttura, alle pratiche e agli obiettivi. Ho concluso dicendo alla moglie che un’organizzazione che non abbia nulla da nascondere non ha motivo di temere
la valutazione altrui.
A questo punto la moglie acconsentì a rimanere e partecipare. Durante il primo giorno dell’intervento abbiamo discusso una serie di argomenti che includevano parti di ciascuno dei 4 blocchi di discussione individuati precedentemente.
Abbiamo toccato la definizione di culto, il processo di riforma del pensiero, abbiamo parlato della storia del gruppo e delle preoccupazioni della famiglia.

Abbiamo trascorso otto ore piene dedicate alla discussione e alla revisione, il primo giorno.
Alla fine del primo giorno ho chiesto alla moglie di incontrarci il giorno successivo. Le ho anche chiesto di astenersi dall’avere contatti di qualunque genere con gli associati all’Istituto [T].
Questo divieto includeva le e-mail, i messaggi telefonici, le telefonate e/o la comunicazione d’ogni altro tipo. Le ho spiegato che le sue molte ore di formazione all’Istituto non avevano mai subìto un’interruzione. Per una questione di equità, anche la nostra discussione non doveva essere interrotta da [T].
La famiglia esprimeva la preoccupazione che la sua reazione alle informazioni presentate fossero i suoi pensieri spontanei, senza tenere in alcun conto la guida o le indicazioni da parte del gruppo.
Ancora una volta ci fu un’esplosione emotiva. La moglie si arrabbiò e attaccò i genitori ed il marito, accusandoli di interferire nella sua vita e di tentare di controllarla.
In questo frangente il fratello si alzò ed espresse i suoi sentimenti. Affermava che questa situazione era così importante per lui, che aveva rinunciato a trascorrere del tempo con moglie e figli e si era sobbarcato a molte ore di viaggio in macchina per essere presente all’intervento.
Questo fece comprendere alla donna l’importanza, ancora una volta, delle preoccupazioni della famiglia.
Poi la donna ha deciso di continuare la discussione la mattina seguente, senza comunicazioni o interferenza da parte del gruppo e di trascorrere la notte nella casa coniugale.

Mentre il marito mi accompagnava in albergo, siamo ritornati sulle istruzioni date il giorno precedente: nessuno avrebbe dovuto parlare del gruppo e/o di argomenti ad esso collegati fino al nostro incontro del giorno successivo. Bisognava far questo per evitare il possibile scoppio diuna lite in mia assenza.
La mattina dopo abbiamo ripreso la nostra discussione. In questa giornata ci siamo dedicati alla definizione di culto molto di più ed in maniera approfondita. La nostra conversazione si soffermava spesso su esempi di comportamento, dinamiche e struttura assimilabili ai culti e sulle analogie con l’Istituto [T] e il suo leader, il sig. R. Basandoci su queste linee guida abbiamo rivisto anche il materiale reperito dal marito e pubblicato dal gruppo, e alcune comunicazioni via e-mail tra i membri.
Abbiamo guardato un documentario in DVD con uno spezzone storico su una serie di culti ben noti, che includeva il commento di ex seguaci.
Quanto sopra si è concluso il secondo giorno.
Alla fine del nostro secondo giorno la moglie sembrava curiosa, poneva domande e non era néarrabbiata, né litigiosa riguardo all’intervento.
Si è dichiarata d’accordo ad incontrarci di nuovo per il terzo giorno, senza alcuna difficoltà.
Il terzo giorno abbiamo discusso in profondità il processo di riforma del pensiero e la persuasione coercitiva.
Tale discussione includeva un esame del materiale di ricerca citato prima, scritto da Lifton, Singer, Ofshe, Schein e Cialdini, che serviva da spunto per la conversazione.

Di nuovo, sono stati fatti vari paragoni per evidenziare le affinità tra comportamento interno e pratiche dell’Istituto [T] e gli esempi delle tecniche prese in esame.
Verso la fine del terzo giorno abbiamo guardato un altro documentario in DVD, specificamente imperniato sulla manipolazione psicologica ed emotiva. Questo includeva l’induzione in trance e le tecniche di meditazione collegate, l’ipnosi e l’uso di ordini indiretti. Poiché gli stati alterati di coscienza sono un obiettivo primario dell’Istituto [T], abbiamo discusso della suggestionabilità e
della vulnerabilità degli individui che sperimentano tali stati d’alterazione.

Alla fine del terzo giorno la moglie, benché molto infastidita, sembrava molto interessata alle informazioni che avevamo trattato. Era molto più a suo agio con la sua famiglia ed in particolare con suo marito.
Non vi è stata alcuna esitazione nel concordare un incontro per il quarto giorno.

Il quarto giorno abbiamo discusso approfonditamente la storia dell’ Istituto [T] e del suo leader, il sig. R. Abbiamo passato in rassegna il materiale procurato dal marito: documenti societari, estratti conto, registrazioni immobiliari, e infine comunicazioni personali tramite e-mail tra il sig. R. e i suoi seguaci.
Cominciava ad emergere un quadro di sfruttamento.
L’organizzazione, a quel che si diceva, aveva uno scopo benefico e si supponeva cercasse di migliorare la condizione umana. Invece era evidente che il guru conduceva una vita tra agi e lusso, alle spalle dei suoi seguaci. Questo fu reso palese dalla documentazione, dalle sistemazioni nella struttura del gruppo in Tailandia e anche dalle insistenti richieste personali fatte dal sig. R. tramite e-mail. Tutto questo lasciava trapelare non certo un essere “altruista” o “illuminato”, bensì un approfittatore egoista.
Abbiamo guardato altri DVD che illustravano il comportamento di una serie di leader dei culti.
Ripetutamente la famiglia interveniva con osservazioni sul gruppo e la sua influenza sulla vita della donna.
Verso la conclusione del quarto giorno la donna era molto tranquilla e alla fine cominciò a piangere.
Chiese perdono ai familiari per la sua “stupidità”.
A questo punto sono intervenuto dicendo che sarebbe stato impossibile per lei valutare realisticamente il gruppo, dato il modo ingannevole con cui era stata reclutata e manipolata. E aggiunsi che tutta quella durezza nel giudicare sé stessa appariva esagerata.
Che dire del gruppo e del suo leader?
Quali responsabilità avevano in merito alle conseguenze negative del loro condizionamento?
Non meritavano di vedersi attribuita una parte – se non la maggior parte – della colpa?
Abbiamo poi discusso dell’assistenza successiva e delle varie risorse disponibili in California per proseguire la fase di recupero.

La conclusione fu emotivamente molto intensa, ma felice per tutti i presenti.
Marito e moglie si riappacificarono. La donna non ebbe più contatto o coinvolgimento con il gruppo, in alcun modo.
La moglie successivamente mi contattò per problemi con il gruppo che creavano preoccupazione a lei e/o alla sua famiglia.

 

[T] Il richiamo di Dio
Una trentenne operatrice di siti web, progettista, sposata e madre di 2 figli di 6 e 2 anni, è stata coinvolta in un gruppo religioso online noto come “[T] il richiamo di Dio”.
Il gruppo comprendeva circa 20 – 30 membri attivi collegati interamente tramite Internet.
Il leader del gruppo, S.T.R., sostiene di ricevere la rivelazione direttamente da Dio. Queste rivelazioni sono poi messe in forma di “lettere da Dio”, rese note e pubblicate dal sig. R.

Il gruppo comunica quasi esclusivamente online usando la teleconferenza, frequenti messaggi di posta elettronica e ritagli sui siti web.
I membri sono dislocati negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.
Il sig. R in persona gestisce l’organizzazione da casa sua, nello stato di […].
I contributi al gruppo sono dati principalmente tramite Internet.
La giovane madre, che vive in Canada, era seguace già da due anni quando suo marito e i suoi familiari mi hanno contattato. In questo periodo aveva appena detto ai genitori e al fratello che non avrebbe più comunicato con loro, date le sue credenze.
Il suo matrimonio decennale cominciava ad accusare crescenti tensioni, sebbene lei convivesse ancora con suo marito.
Ho avuto dai suoi genitori l’incarico per l’intervento, che si giovava anche dell’appoggio del marito della giovane donna.
L’incontro del giorno di preparazione ha visto coinvolti tutti i familiari insieme. Proprio come nel caso precedente si è usata questa fase per spiegare e discutere i parametri dei nostri rispettivi ruoli e le ragionevoli aspettative.
Il giorno seguente, la giovane donna arrivò a casa dei genitori per una visita particolare, apparentemente per condividere le sue idee e chiarire il suo impegno.
La mia presenza fu, come al solito, un’assoluta sorpresa.

La donna non si aspettava neanche la presenza di suo fratello, di sua cognata e di suo marito.
Tutti i telefoni e gli accessi ad Internet in casa erano stati disattivati.
Dopo alcune ore di conversazione, la giovane donna si agitò visibilmente e protestò per questo “attacco” alle sue credenze. La rassicurai dicendole che nessuno dei presenti voleva criticare la sua fede cristiana, ma piuttosto il comportamento del gruppo e del suo leader.
La donna si calmò.
Al termine del primo giorno di lavoro, con circa 8 ore di discussione, la giovane donna acconsentì a pernottare nella casa della sua famiglia, a spegnere il cellulare e consegnarlo a sua madre. Le chiedemmo anche di non tentare di comunicare o di entrare in contatto con gli esponenti del gruppo. Accettò queste condizioni su pressione dei familiari e del marito.
Abbiamo trascorso una giornata intera a discutere sulla definizione di culto, sui culti storici e su quanti di essi si possano considerare “fondati sulla Bibbia”. Poi si sono individuati i parallelismi tra questi ultimi e il gruppo “[T] Il richiamo di Dio”.
Per esempio, si è discusso di David Koresh e i Davidiani Waco, poiché Koresh aveva storicamente rivendicato speciali rivelazioni da parte di Dio.
Jim Jones aveva un debole per la deformazione delle Scritture, usandole per manipolare i suoi seguaci. Abbiamo parlato, in maniera un po’ più dettagliata, di Jonestown e dei cosiddetti “Davidiani” che seguivano Koresh.
Il giorno successivo venne dedicato all’esame della riforma del pensiero e delle tecniche di persuasione coercitiva, ma in particolare del loro possibile uso nel contesto dei culti fondati sulla Bibbia.
Abbiamo guardato e discusso documentari in DVD sui Davidiani Waco e Jonestown.
Abbiamo anche ragionato su come la mancanza di trasparenza finanziaria e di affidabilità sia tipica all’interno di tali gruppi: vale a dire, come nessuno tranne il leader sappia realmente dove va a finire il denaro.
Poi abbiamo visionato la relazione di un investigatore privato ingaggiato dalla famiglia.
La relazione comprendeva un elenco delle proprietà immobiliari del sig. R., alcune registrazioni contabili societarie e la sua recente dichiarazione dei redditi, di notevole consistenza. Tutte queste informazioni contraddicevano palesemente ciò che il sig. R. aveva raccontato al gruppo e le sue ripetute affermazioni di non essere spinto dall’avidità.
Infine, l’ultimo giorno ciascun familiare condivise le sue particolari preoccupazioni riguardo al gruppo e alla sua influenza sul comportamento della giovane donna.
I genitori espressero il loro dolore per la sua recente decisione di interrompere la comunicazione con loro. Spiegarono che, indipendentemente dalle credenze della figlia, l’avrebbero sempre amata e non riuscivano a capire perché lei avesse deciso di troncare i rapporti.
Suo fratello parlò dei lunghi mesi senza contatti con lei e di come ne avesse sentito la mancanza.
In conclusione, il marito spiegò come l’impegno della moglie nel gruppo sembrasse preminente rispetto ad ogni altra considerazione pratica, compresi il matrimonio e la cura dei figli.

Negli ultimi due giorni la giovane donna ha posto sempre più domande critiche.
Il terzo giorno ha cominciato a divulgare informazioni rilevanti, riservate e sconosciute riguardo al gruppo. Ha parlato di altre persone con matrimoni in crisi e figli trascurati. La giovane donna spiegò anche che un seguace estremamente devoto era stato costretto alla bancarotta, e lei sospettava che questo fosse dovuto in parte agli eccessivi contributi in denaro elargiti al gruppo.
Queste rivelazioni costituivano la prova che l’influenza e il controllo del gruppo stavano svanendo.
Alla fine, la principale preoccupazione della donna fu quella di avvertire gli altri affinché non si lasciassero coinvolgere nel gruppo.
Abbiamo discusso della possibilità di condividere le informazioni attraverso la bacheca dell’Istituto Ross e di contattare altre persone nei primi stadi del coinvolgimento nel gruppo.
La giovane donna ha concluso definitivamente il suo impegno con “[T] Il richiamo di Dio”.

 

 

Falun Gong

Una donna di 36 anni, sposata e madre di 4 bambini tutti d’età inferiore ai 10 anni, si trovò coinvolta nel gruppo Falun Gong essendovi giunta tramite un’amica.
Inizialmente, vedeva il gruppo come un’opportunità di fare esercizio fisico e tenersi in forma.
Comunque, a poco a poco, l’organizzazione manipolò la sua mente e progressivamente condizionò le sue personali convinzioni religiose.
La giovane donna aveva un retroterra ebraico rigorosamente ortodosso. Tutta la sua famiglia era devota ad una nota setta ebraica cassidica. La loro osservanza prevedeva un severo regime alimentare, il rispetto del sabato ebraico, rigide direttive sull’abbigliamento e i rapporti tra uomini e donne.
Suo marito e i suoi familiari rimasero sconvolti quando scoprirono il suo impegno con Falun Gong, che essi giustamente vedevano come una contraddizione rispetto alle radicate tradizioni familiari e alle credenze religiose a loro care.

Arrivai all’incontro preliminare un giovedì mattina. L’incontro si svolse a casa di suo fratello, dove la famiglia aveva concordato di vedersi per la festività del sabato, che comincia al tramonto del venerdì e finisce al tramonto del giorno successivo.
Agli Ebrei ortodossi che osservano la festività del sabato è vietato usare apparecchi elettrici o dispositivi elettronici, durante il sabato stesso. Allo stesso modo, è vietato usare qualunque mezzo di trasporto. Avevamo concordato che il momento migliore per attuare l’intervento fosse il sabato, in una casa privata, sfruttando le rigide regole che avrebbero precluso ogni comunicazione esterna con i membri di Falun Gong.
All’incontro preparatorio erano presenti i genitori della giovane donna, suo marito e suo fratello. I genitori erano arrivati in aereo da […] e l’intervento ebbe luogo a […].

Tutti i presenti erano molto preoccupati che se il coinvolgimento della donna con Falun Gong fosse continuato, si sarebbe arrivati certamente al divorzio e ad una battaglia per l’affidamento dei bambini.
Il venerdì sono arrivato a casa del fratello poco prima del tramonto.
La famiglia mi ha presentato come esperto esterno e consulente. Ci siamo seduti tutti comodamente e abbiamo cominciato la discussione.
Ho dettagliato meglio il mio curriculum e l’obiettivo del nostro incontro.
Con tono dimesso la donna chiese ai familiari perché si rendesse necessario questo incontro, considerando che Falun Gong era un gruppo “innocuo” e “benigno”.
Ciascun familiare singolarmente spiegò le sue preoccupazioni.
I suoi genitori dissero che all’interno della famiglia c’era una tradizione di osservanza religiosa ebraico – ortodossa e non riuscivano a capire perché la figlia avesse apertamente rifiutato questo, abdicando al suo ruolo di madre ebraico – ortodossa.
Il fratello espresse un’analoga disapprovazione riguardo alle scelte della donna. Disse che per molti anni sua sorella era stata l’ispiratrice del suo coinvolgimento nel Giudaismo ortodosso.
Il marito fu il più pungente, affermando enfaticamente e chiaramente che si erano sposati con matrimonio ebraico, assumendo l’impegno reciproco di dar vita ad una famiglia ebraica e onorare i “Comandamenti di Dio”. Concluse che la moglie aveva infranto quei giuramenti e ignorato le sue promesse.

Ripetutamente la donna rassicurò i presenti che Falun Gong non era una scelta religiosa, ma piuttosto una pratica di esercizio fisico, che non contraddiceva le sue credenze religiose.
Affermò anche che c’erano sempre stati dei problemi nel suo matrimonio e poi scoppiò in lacrime.
I familiari contraddissero la sua affermazione e dissero che sebbene nessun matrimonio sia perfetto, il suo sembrava piuttosto soddisfacente, fino all’approfondirsi del suo coinvolgimento in Falun Gong.
[…]
In conclusione della prima serata concordammo l’incontro per il giorno seguente.
Non ci fu bisogno di sollecitare l’impegno di non comunicare con il gruppo, in virtù delle regole della festività del sabato riguardo ai telefoni e/o alla comunicazione elettronica. E tutto in casa era stato disattivato.
La mattina seguente la nostra discussione si concentrò sulla definizione di culto e fino a che punto Falun Gong rientrasse nei canoni.
Parlammo del ruolo del “Maestro Li”, le sue pretese soprannaturali e il modo in cui la sua personalità permeava il gruppo.

Discutemmo anche delle pratiche di meditazione di Falun Gong e del processo di induzione in trance.
Falun Gong incoraggiava, attraverso la suggestione, alterazioni dello stato di coscienza?
Alcuni degli esercizi del gruppo potevano essere considerati auto-ipnosi?
Come si potevano misurare oggettivamente i risultati soggettivi raggiunti attraverso Falun Gong?
Al di là degli aneddoti, c’erano dei risultati, prodotti da Falun Gong, che fossero scientificamente misurabili?
Come poteva Li Hongzhi giustificare le sue pretese soprannaturali?
Questi punti vennero discussi in tutta la mattinata e fino al pomeriggio.
All’avvicinarsi del tramonto, la giovane donna fece notare che, analogamente, neanche le rivendicazioni soprannaturali nel contesto del Giudaismo potevano essere provate.
I miracoli citati nella Bibbia accaddero realmente?
Mosè aprì il Mar Rosso?
E che dire dell’Arca di Noè?
Quali racconti della Bibbia furono eventi storici ed effettivamente provati?
Poi chiesi alla donna se intendesse dire che le pretese soprannaturali di Falun Gong dovessero essere interpretate come rivendicazioni religiose basate sulla fede.
Lei non rispose prontamente.
Insistendo sull’argomento, le chiesi precisamente se volesse dire che le rivendicazioni di Li Hongzhi fossero di tipo religioso. E se lo erano, allora come poteva lei aderire contemporaneamente a due diversi sistemi di credenze religiose?
Discutemmo anche le affermazioni razziste fatte dal sig. Li.
Parte della sua spiegazione in merito includeva una cosmologia con varie divinità assegnate alle varie razze.
Misi in evidenza il problema dell’adesione a due sistemi di credenze contemporaneamente, specialmente se in aperta contraddizione. Vale a dire: mentre il Giudaismo è monoteista, Falun Gong non lo è.
Come faceva lei a conciliare le due cose?
Le chiesi anche se era giusto che Falun Gong l’avesse deliberatamente ingannata nella procedura di reclutamento, nascondendo e/o camuffando il fatto che esso è un sistema religioso e non semplicemente una pratica di esercizio fisico. Non meritava di conoscere tutti i fatti prima di coinvolgersi sempre più nel gruppo?

Al tramonto sembrò trovarsi in imbarazzo.
La giovane donna insisteva nel sostenere che in qualche modo il suo impegno in Falun Gon fosse possibile senza alcun conflitto.
Poi promise al marito e ai familiari che i suoi figli sarebbero cresciuti in una “casa ebraica”.
Successivamente ho ribadito che il monoteismo era l’aspetto più importante nel Giudaismo e quindi era il fondamento di una “casa ebraica”. E come riusciva lei a conciliare questo con gli insegnamenti del Maestro Li?
Fu una specie di disastro.
A questo punto la giovane donna rifiutò di continuare a parlare e disse che la nostra discussione doveva essere conclusa.
Alla fine tutti concordarono nel rispettare i suoi desideri e terminare l’intervento, ma con l’intesa che la coppia avrebbe partecipato ad incontri con un consulente matrimoniale professionista.
La giovane donna acconsentì anche a concludere il suo impegno con Falun Gong e/o chiunque fosse associato al gruppo. Però, successivamente, le sue azioni sembravano indicare che questa promessa non fu completamente mantenuta.

 

Il centro della Kabbalah

Una famiglia ebrea […] decise, dopo molti anni di partecipazione attiva, di porre fine all’impegno in un gruppo controverso noto come “Il centro della Kabbalah”.
Questa organizzazione è guidata dal rabbino Philip Berg, da sua moglie Karen e dai loro figli Michael e Yehuda Berg.
Il Centro della Kabbalah non è ufficialmente riconosciuto dai leader della comunità ebraica organizzata, né è generalmente considerato molto credibile nella più ampia comunità di studiosi della Kabbala.
Invece, il Centro della Kabbala è stato spesso definito “culto”.
Il padre e la madre avevano allevato i figli all’interno del gruppo. Quando ne uscirono, i loro figli più giovani, adolescenti, prontamente lasciarono anch’essi il gruppo. Invece la loro figlia più grande rifiutò di andarsene. Insisteva nel dire che i suoi genitori avevano fatto un errore a separarsi dall’organizzazione.
Fui contattato per un intervento finalizzato a far uscire la figlia adulta dal gruppo.
Ci incontrammo diverse volte per la fase preparatoria.
Alla fine ci riunimmo per l’ultimo incontro di preparazione il giorno prima dell’intervento prestabilito. Erano presenti i genitori, una zia e uno zio ed un ex membro del Centro della Kabbala.
Nel nostro incontro prefigurammo che la figlia avrebbe avuto maggiore intesa con lo zio.

Entrambi i genitori avevano litigato varie volte con la figlia, per più di un anno, a causa del suo protratto coinvolgimento nel gruppo.
Ma suo zio non aveva mai criticato il Centro della Kabbala.
Discutemmo in particolare dell’importanza di bloccare la comunicazione con il gruppo e la sua conseguente influenza per il periodo di tempo in cui saremmo stati insieme, il che si era dimostrato un problema per il suo comportamento precedente.
Sperammo che la figlia condividesse una camera con sua zia nell’albergo in cui stava per svolgersi l’intervanto.
I suoi genitori sarebbero stati in una camera nello stesso piano.
Sùbito dopo l’inizio dell’intervento, la mattina seguente, la giovane donna ebbe una reazione rabbiosa. Era furiosa con i genitori perché non l’avevano avvertita dell’incontro in anticipo.
Spiegai che questa era stata una mia decisione, per le preoccupazioni sul perdurante condizionamento e sulla potenziale interferenza da parte del Centro della Kabbala.
Trovò questo molto difficile da accettare e si precipitò fuori dalla stanza.
Suo zio la seguì fin nella hall e alla fine la convinse a tornare in camera e sedersi.
Un’ ex seguace del Centro della Kabbala condivise le sue esperienze. Una volta faceva parte dello staff, sebbene la sua retribuzione comprendesse poco più che vitto e alloggio, senza altri vantaggi significativi, quali un’assicurazione per la copertura sanitaria.
L’ex seguace spiegò come i membri dello staff venissero sfruttati dai leader. Offrì anche una visione interna del duro trattamento spesso sopportato per lo stile estremamente autoritario dei Berg.
Discutemmo la definizione di culto e come il Centro della Kabbala sembrasse rientrare in quei canoni.
Invece, il Centro della Kabbala è stato spesso definito “culto”.
Il padre e la madre avevano allevato i figli all’interno del gruppo. Quando ne uscirono, i loro figli più giovani, adolescenti, prontamente lasciarono anch’essi il gruppo. Invece la loro figlia più  grande rifiutò di andarsene. Insisteva nel dire che i suoi genitori avevano fatto un errore a separarsi dall’organizzazione.
Fui contattato per un intervento finalizzato a far uscire la figlia adulta dal gruppo.
Ci incontrammo diverse volte per la fase preparatoria.
Alla fine ci riunimmo per l’ultimo incontro di preparazione il giorno prima dell’intervento prestabilito. Erano presenti i genitori, una zia e uno zio ed un ex membro del Centro della Kabbala.
Nel nostro incontro prefigurammo che la figlia avrebbe avuto maggiore intesa con lo zio.
Entrambi i genitori avevano litigato varie volte con la figlia, per più di un anno, a causa del suo protratto coinvolgimento nel gruppo.
Ma suo zio non aveva mai criticato il Centro della Kabbala.

Discutemmo in particolare dell’importanza di bloccare la comunicazione con il gruppo e la sua conseguente influenza per il periodo di tempo in cui saremmo stati insieme, il che si era dimostrato un problema per il suo comportamento precedente.
Sperammo che la figlia condividesse una camera con sua zia nell’albergo in cui stava per svolgersi l’intervanto.
I suoi genitori sarebbero stati in una camera nello stesso piano.
Sùbito dopo l’inizio dell’intervento, la mattina seguente, la giovane donna ebbe una reazione rabbiosa. Era furiosa con i genitori perché non l’avevano avvertita dell’incontro in anticipo. Spiegai che questa era stata una mia decisione, per le preoccupazioni sul perdurante condizionamento e sulla potenziale interferenza da parte del Centro della Kabbala.
Trovò questo molto difficile da accettare e si precipitò fuori dalla stanza.
Suo zio la seguì fin nella hall e alla fine la convinse a tornare in camera e sedersi.
Un’ ex seguace del Centro della Kabbala condivise le sue esperienze. Una volta faceva parte dello staff, sebbene la sua retribuzione comprendesse poco più che vitto e alloggio, senza altri vantaggi significativi, quali un’assicurazione per la copertura sanitaria.
L’ex seguace spiegò come i membri dello staff venissero sfruttati dai leader. Offrì anche una visione interna del duro trattamento spesso sopportato per lo stile estremamente autoritario dei Berg.
Discutemmo la definizione di culto e come il Centro della Kabbala sembrasse rientrare in quei canoni.

La discussione seguente fu incentrata sulla riforma del pensiero e sulle tecniche di persuasione coercitiva.
A turno sia i genitori, sia l’ex seguace esponevano i loro ricordi personali sul Centro della Kabbala e le loro specifiche esperienze, che io poi mettevo a confronto con le tecniche coercitive di persuasione.
Nel corso della giornata, man mano che la discussione continuava, c’erano periodiche esplosioni d’emotività, e la figlia lasciò nuovamente la stanza in preda all’ira.
Suo zio la seguì rapidamente, le parlò lungamente nella hall, e infine rientrarono in camera insieme.
Questo accadde per circa tre volte.
Infine, dopo 8 ore di discussione intervallate da queste periodiche esplosioni, concludemmo la prima giornata.
Ma la figlia rifiutò di stare con la zia o con chiunque altro in albergo.
Alla fine acconsentì a rimanere a casa dello zio a […].
Tutti concordammo di ricominciare la mattina seguente. E la figlia in particolare acconsentì a non comunicare in alcun modo con il Centro della Kabbala, nel frattempo.
Comunque, la mattina dopo se n’era andata.

Suo zio l’aveva lasciata sola in casa quando era andato ad accompagnare i suoi due figli a scuola.
Evidentemente, sùbito dopo che lui era uscito, la donna aveva contattato il Centro e poi era scappata via.
Successivamente, per diversi mesi, la figlia si allontanò dalla casa familiare, rifiutò di incontrare i genitori e invece andò a vivere con un seguace del Centro della Kabbala.
Oggi la figlia continua ad essere membro del Centro nonostante le preoccupazioni dei suoi familiari, anche se le comunicazioni con loro sono riprese e molto migliorate.

 

Conclusione
Spero che questa spiegazione essenziale del mio approccio d’intervento / deprogrammazione sia servita ad una migliore comprensione della procedura.

La deprogrammazione nelle sue varie forme è sostanzialmente durata più di 30 anni negli Stati Uniti, in quanto è l’unico approccio sistematico più efficace per interrompere il condizionamento strategico di un culto attraverso una procedura d’intervento.
Come avete potuto vedere dal breve profilo dei casi presentati, questo processo è difficile e non sempre ha buona riuscita.
E’ mia speranza che lavorando insieme, confrontando i vari approcci, condividendo le nostre conoscenze generali e le informazioni rilevanti, si possa rendere un servizio migliore alle molte persone e alle rispettive famiglie pesantemente condizionate dai culti distruttivi.
—————————————
Ringraziamo Rick Alan Ross, che ci ha permesso di tradurre questo suo intervento:
“You may translate my article regarding cult deprogramming. But full attribution and copyright
notice must be posted. Copyright © 2010 Rick Ross”
L’originale è al seguente indirizzo
http://www.cultnews.com/?p=2421 )
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La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura d’intervento
Giovedì 13 Gennaio 2011 16:44 –
© Traduzione in italiano a cura di Lidia De Stefanis –Editing di Lorita Tinelli – CeSAP, 2011

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1 Commento

Pubblicato da su 30 gennaio 2011 in Traduzioni

 

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Una risposta a “La deprogrammazione dai culti: un esame della procedura di intervento

  1. Marilù

    12 febbraio 2011 at 1:19 pm

    E’ davvero molto interessante questo articolo.

     

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A cura di Lorita Tinelli

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